Il vescovo Claudio, don Raffaele Coccato, responsabile dell’Ufficio missionario diocesano e don Marco Galletti, responsabile di Caritas Padova, sono stati in Brasile dal 27 giugno al 10 luglio per incontrare i missionari fidei donum diocesani e il vescovo padovano di São Félix do Araguaia, mons. Lucio Nicoletto.
Di seguito il racconto e le immagini della loro visita.
Aggiornamento: 10 luglio 2026
Dopo essere arrivati a Boa Vista, capitale dello Stato di Roraima, durante la notte, al mattino di sabato abbiamo fatto colazione insieme ai nostri amici sacerdoti Fidei Donum presso la prelazia di Boa Vista, dove poi abbiamo salutato il vescovo, mons. Evaristo Pascoal Spengler. Mentre don Massimo Valente, don Mattia Bozzolan e don Mario Gamba sono rimasti a Boa Vista per un’attività della Caritas, noi ci siamo diretti a nord verso Pacaraima. Il gruppo è formato dal vescovo Claudio, don Raffaele Coccato, don Marco Galletti, don Severino Alessio, don Mattia Bezze e don Giuseppe Danieli, Fidei Donum della Diocesi di Treviso.
Lungo la strada siamo entrati nella zona indigena, fermandoci in modo particolare nella comunità di Santa Rosa, dove tutta la comunità, dai più piccoli ai più grandi, con molta allegria e molta gioia, stava aspettando il nostro arrivo per celebrare l’Eucaristia insieme al vescovo Claudio. Per loro ricevere il vescovo di Padova è stata un’occasione storica, che hanno preparato in maniera veramente intensa, con canti e danze di accoglienza e con alcuni semplici saluti e discorsi di benvenuto. La celebrazione eucaristica si è svolta nella chiesa di quella comunità indigena, dedicata a San Giuseppe. È stata una Messa molto sentita, molto vissuta, usando le due lingue, portoghese e italiano. Abbiamo celebrato la festa dei santi Pietro e Paolo, perché la liturgia qui prevedeva questo. Abbiamo ricordato anche il legame delle Chiese, quella locale e quella universale, proprio in forza dell’esperienza apostolica di san Pietro e san Paolo
Il vescovo Claudio ha ricordato, a partire dal Vangelo del giorno, come sulla fede degli apostoli, sulla fede di Pietro che risponde a Gesù: «Tu sei il Cristo», si appoggino anche le nostre Chiese. Aver vissuto la fede comune in quel momento, in quel luogo, con quelle persone e con quell’entusiasmo, ci ha ricordato come la fede ci unisca e ci porti avanti nella vita, sottolineando anche il momento di grazia che tutti, in quel momento, stavamo vivendo in ragione della fede condivisa. Dopo la Santa Messa ci sono stati i saluti un po’ più estesi, la presentazione di ciascuno di noi, dei nostri pensieri e dei nostri ruoli, e anche i nostri auguri per questa comunità che ci ha accolto.

Dopo la messa con la comunità di Santa Rosa
Al termine di questo momento c’è stato il pranzo comunitario, preparato dalla comunità, a base di prodotti locali molto semplici ma molto appetitosi, in un bel clima di fraternità molto genuino. Infine, dopo i saluti conclusivi della visita, siamo ripartiti per arrivare alla sede della missione nella città di Pacaraima, che è al confine con il Venezuela, dove appunto l’impegno missionario è a cavallo delle due nazioni: tra Pacaraima, Diocesi di Roraima in Brasile, e il vicariato del Caroní, al di là del confine, vicariato di Santa Elena de Uairén, dove ci sposteremo lunedì per salutare il vescovo Gonzalo Ontiveros Vivas.
Quindi abbiamo avuto un pomeriggio di sosta e, in serata, una visita gioiosa e fraterna alle Suore di San Giuseppe, una congregazione nata in Francia ma diffusa in tutti i continenti. Abbiamo incontrato due sorelle brasiliane che vivono da qualche anno in questa comunità, suor Valda e suor Joana, le quali si occupano in modo particolare dei migranti venezuelani che arrivano in questa città. Nello specifico, gestiscono una casa di accoglienza e di rifugio per mamme e bambini venezuelani che passano il confine e che attendono di poter svolgere le varie procedure di riconoscimento per ottenere quei permessi che permettono loro di muoversi nel Brasile. Molto spesso i migranti che giungono dal Venezuela sono famiglie, donne e madri con figli che, passando di qui, sono diretti ad altre destinazioni. Appena sono in grado di ripartire, cercano di ricongiungersi ai mariti già arrivati e che vivono in altre città del Brasile, dove hanno già trovato lavoro e un luogo dove vivere.
Dopo l’incontro e dopo esserci congedati dalle suore, c’è stato il tempo per una passeggiata nella città, fino al confine con il Venezuela, per poi tornare a casa.
Una prima giornata vissuta intensamente.
Qui due grandi rocce formano un abbraccio e sono considerate come un monito: l’abbraccio di due giovani, lei di etnia Pemon e lui Makushi, che, amandosi e volendo vivere insieme contro la volontà dei loro popoli, hanno sancito una forma di alleanza tra le popolazioni indigene, trasformandosi per amore in queste due rocce che formano un abbraccio. Questo luogo è anche considerato come una porta d’ingresso nel territorio indigeno. Per rispetto, don Mattia, ogni volta che entra in questa regione con nuovi visitatori, si ferma quasi per chiedere il permesso di entrare nelle terre indigene. Dopo aver ammirato questo bellissimo e coloratissimo abbraccio, abbiamo proseguito il nostro viaggio per altri 180 chilometri circa verso la comunità indigena di San Raffaele, dove siamo stati accolti in maniera straordinaria. Ci è stata offerta un’abbondantissima colazione a base di prodotti locali. Abbiamo celebrato la Santa Messa domenicale, molto festosa e ricca di momenti di scambio e di saluto reciproco e, orientati dalla Parola di Dio, abbiamo vissuto questo incontro come esperienza di comunione tra popoli e tra Chiese diverse. Siamo stati tutti impressionati dalla bellezza della relazione con questo popolo: tutto è stato molto toccante e pieno di allegria e semplicità. Ci ha colpito la cura che hanno avuto per noi e per organizzare tutto in modo accurato e gioioso. È stata anche l’occasione per festeggiare il compleanno di don Mattia Bezze e per ricordare e apprezzare la presenza della Diocesi di Padova, importante per la loro vita spirituale e per sentirsi inseriti nella loro Chiesa locale grazie al vescovo di Santa Elena de Uairén, mons. Gonzalo Ontiveros Vivas. Sulla strada del ritorno abbiamo approfittato per fare una sosta presso una delle tante cascate di questa regione della Gran Sabana, da dove si può vedere, in lontananza, il massiccio montagnoso del Roraima. Poi abbiamo ripreso il nostro viaggio per rientrare nel pomeriggio a Pacaraima. Qui, alla sera, abbiamo celebrato la Messa festiva in parrocchia. Anche qui la comunità del Sacro Cuore di Pacaraima ha voluto festeggiare don Mattia per il suo compleanno, con un rinfresco dopo la Santa Messa, e dimostrargli così tanta gratitudine per il suo servizio pastorale. Abbiamo dedicato tutta la mattinata, fino al primo pomeriggio, alla visita del vescovo Gonzalo Ontiveros, del Vicariato del Caroní, presso la sua sede nella città di Sant’Elena de Uairén. Abbiamo iniziato la giornata con un gesto toccante e del tutto speciale della comunità indigena che risiede qualche chilometro dalla città di Sant’Elena. Siamo stati accolti non solo con canti e danze, ma soprattutto con un gesto particolare: la lavanda dei piedi, delle mani e del capo, affinché il nostro ingresso in questa terra a loro sacra avvenisse con l’animo puro e con lo spirito aperto. In questa occasione il vescovo Claudio ha ricordato il legame di fede e di solidarietà che unisce la Chiesa di Padova a quella del Vicariato del Caroní. Il vescovo ha anche sottolineato come la Chiesa di Padova affondi le proprie radici in una santa martire, la giovane Giustina, che nel 304 segnò con il suo sangue la presenza della fede cristiana in terra padovana. Una Chiesa dalle origini antiche e, quindi, anche un po’ anziana, bisognosa di incontrare Chiese giovani come quella che abbiamo conosciuto in questi giorni e, in modo particolare, oggi, quando abbiamo sperimentato il bene che può nascere dalla comunione, dalla comunicazione e soprattutto da relazioni umane significative. Dopo questo momento intenso, conclusosi secondo le tradizioni locali con la condivisione del cibo, ci siamo recati alla sede del Vicariato, dove vive il vescovo Gonzalo, a Sant’Elena. Abbiamo visitato la cattedrale e poi la casa di accoglienza per giovani ragazze indigene che, provenendo dai luoghi più remoti del Vicariato, possono trovare un luogo dove appoggiarsi per studiare in città, in tutta sicurezza. Al gruppo delle studentesse si è poi aggiunto quello degli studenti ospiti di un’analoga struttura diocesana poco distante. I ragazzi si sono esibiti alternando musiche — eseguite dalla loro piccola orchestra, nella quale erano presenti sassofono, banjo e chitarra a quattro corde — danze, canti e letture, per richiamare le radici storiche e culturali dei popoli tradizionali. In tutto questo si è percepita la fede e il contributo che essa ha dato alla realizzazione di questi progetti di ospitalità e promozione umana. Abbiamo concluso la visita al vescovo Gonzalo con il pranzo, insieme ai sacerdoti presenti. Alcuni di loro provengono da un’altra Diocesi e sono impegnati in un programma di sostegno del clero di Sant’Elena e del Caroní. Prima del rientro a Pacaraima abbiamo commentato con il vescovo Gonzalo la situazione che si è venuta a creare nel nord del Paese a causa del terremoto e la solidarietà che si sta organizzando per soccorrere le popolazioni colpite dal sisma. È proprio il vescovo Gonzalo a coordinare l’organizzazione degli aiuti che, da questa parte del Paese e dai Paesi confinanti, vengono inviati verso la zona colpita. Il vescovo e i suoi collaboratori ci hanno testimoniato come, nonostante la povertà della popolazione venezuelana, dovuta alla crisi economica e istituzionale che il Paese sta attraversando, tutti si stanno mobilitando per aiutare coloro che sono stati colpiti da questa calamità. Rimanendo a Pacaraima per alcuni giorni, anche noi abbiamo potuto renderci conto della solidarietà che si è attivata a favore delle persone colpite dal terremoto. Pur non disponendo di grandi risorse, questa popolazione e la parrocchia del Sacro Cuore di Pacaraima si sono mobilitate per raccogliere materiale da inviare nelle zone terremotate. In questi giorni due pick-up di aiuti sono stati consegnati al vescovo Gonzalo, che provvederà a farli arrivare nelle zone più bisognose. Lasciamo nelle prime ore del mattino la città di Pacaraima. Il clima gradevole, favorito dai suoi circa mille metri di altitudine, ci accompagna negli ultimi momenti della nostra permanenza prima di scendere verso Boa Vista. La giornata è dedicata all’incontro con alcune significative realtà della Diocesi e alle persone che vi operano quotidianamente. Particolarmente interessante è la visita a Radio Roraima, dove viene richiesta a don Claudio un’intervista. Durante l’incontro ci viene illustrato il percorso di crescita dell’emittente, oggi presente in modo capillare nel territorio diocesano grazie a una rete di ripetitori e a una notevole capacità di trasmissione. Conosciamo anche il lavoro dell’équipe composta da giornalisti, tecnici e collaboratori che, con professionalità e dedizione, garantiscono il funzionamento della radio, strumento prezioso per la Diocesi, per le comunità ecclesiali e per la società civile. A pranzo siamo nuovamente ospiti del Vescovo Evaristo insieme ai suoi collaboratori e ad alcuni sacerdoti della Diocesi. È un momento vissuto in un clima di fraternità e condivisione, che favorisce il confronto e la conoscenza reciproca. Nel pomeriggio trascorriamo alcune ore con gli amici fidei donum della Diocesi di Vicenza. Attualmente è presente don Lorenzo Dall’Olmo, mentre don Alberto Dinello raggiungerà la missione nelle prossime settimane dopo essersi trattenuto in Italia per motivi di salute. Con loro sono presenti anche alcuni ospiti provenienti da Vicenza, tra cui il vicario episcopale per l’evangelizzazione nelle parrocchie riunite in unità pastorali, don Flavio Marchesini . L’incontro è arricchito dalla presenza delle Suore Orsoline di Vicenza, che da molti anni condividono il cammino missionario accanto ai sacerdoti vicentini nella missione di Santa Rosa de Lima, alla periferia di Boa Vista. È un tempo prezioso di dialogo e confronto, durante il quale ciascuno racconta la propria esperienza di servizio e di missione, condividendo riflessioni, domande e testimonianze maturate nei rispettivi ambiti pastorali. Al termine dell’incontro ci salutiamo con gratitudine per il tempo trascorso insieme e riprendiamo il viaggio verso Caracaraí, dove trascorreremo i prossimi giorni continuando il nostro percorso di visita e di conoscenza delle comunità locali. Osservando questo angolo di natura rigogliosa abbiamo avuto l’opportunità di approfondire il contesto e le dinamiche sociali e pastorali ad esso collegate. La diga di Bem Querer è un progetto idroelettrico che negli ultimi anni ha ricevuto particolare attenzione nello Stato di Roraima, nel nord del Brasile. L’opera è prevista sul fiume Rio Branco, nel comune di Caracaraí, all’interno del territorio della parrocchia di Gesù Operaio. Si tratta di un’infrastruttura di grande portata, inserita nel quadro dei grandi progetti energetici promossi dal Brasile per aumentare la produzione di energia elettrica. Le preoccupazioni riguardo a questo progetto nascono anche dall’esperienza maturata con altre grandi dighe già costruite nella regione amazzonica. L’osservazione dei loro effetti e del loro funzionamento ha evidenziato numerosi impatti ambientali e sociali che meritano attenzione. Dal punto di vista ambientale, il Rio Branco rappresenta un elemento fondamentale per l’equilibrio dell’intero Stato di Roraima, poiché raccoglie le acque della maggior parte del territorio. La costruzione di una diga di queste dimensioni comporterebbe una profonda alterazione del corso naturale del fiume. Verrebbero ostacolati la migrazione e la riproduzione dei pesci, con conseguenze dirette sia sulla biodiversità sia sulle attività di sussistenza delle popolazioni locali che dipendono dalla pesca. Anche il trasporto dei sedimenti, essenziale per mantenere l’equilibrio ecologico delle aree a valle, sarebbe compromesso. La realizzazione della diga comporterebbe inoltre la formazione di un vasto bacino artificiale, con l’inondazione di ampie superfici e tutte le conseguenze ambientali e sociali che ne derivano. A ciò si aggiungono le preoccupazioni relative alle emissioni di gas serra prodotte dalla decomposizione della materia organica sommersa e ad altri fenomeni associati ai grandi invasi. Non meno rilevanti sono gli impatti sociali. La costruzione dell’opera richiederebbe l’arrivo di numerosi lavoratori da altre regioni, con la necessità di accoglierli e accompagnarli adeguatamente. Esperienze simili in altri contesti hanno spesso generato difficoltà e tensioni nelle comunità locali. Un’altra riflessione riguarda il modello energetico sottostante a questi grandi progetti. Molti studiosi e ricercatori sostengono che la produzione di energia potrebbe essere sviluppata attraverso fonti alternative, come l’energia solare ed eolica. Anche queste tecnologie comportano un impatto ambientale, ma generalmente in misura molto inferiore rispetto alle grandi dighe idroelettriche. Queste considerazioni si basano su studi approfonditi, ricerche scientifiche e testimonianze delle popolazioni che vivono nelle aree interessate da opere analoghe. In Brasile sono nati anche movimenti specifici, come il Movimento dos Atingidos por Barragens (MAB), che riunisce le persone colpite dalla costruzione delle dighe e raccoglie le loro esperienze e preoccupazioni. Tuttavia, queste riflessioni spesso non trovano un’adeguata diffusione nell’opinione pubblica. Molte persone conoscono poco il progetto e non dispongono degli strumenti necessari per valutarne criticamente gli effetti e confrontarli con le possibili alternative. Attualmente il progetto si trova in una fase di stallo. È stata presentata la documentazione relativa alla valutazione dell’impatto ambientale, ma manca ancora una componente fondamentale: la consultazione dei popoli indigeni che sarebbero direttamente coinvolti e colpiti dall’opera nei loro territori. In particolare, il popolo Yanomami è stato dichiarato in stato di emergenza dal governo brasiliano e, finché tale situazione permane, il processo non può proseguire regolarmente. Nonostante questo momento di impasse, alcune dichiarazioni provenienti da rappresentanti del governo federale, compresi esponenti dei ministeri competenti per le infrastrutture e l’energia, continuano a indicare che la realizzazione della diga di Bem Querer rimane un’opera considerata strategica e destinata, nelle intenzioni delle autorità, a essere portata avanti. In una recente intervista, alla domanda sul possibile ritorno del Brasile alla costruzione di grandi centrali idroelettriche, il ministro delle Miniere e dell’Energia Alexandre Silveira de Oliveira, ha affermato che il Paese non può rinunciare a una fonte energetica pulita, sicura e modulabile come l’idroelettrico, soprattutto considerando che il Brasile possiede l’11% delle risorse mondiali di acqua dolce. Secondo il ministro, nel pieno rispetto della legislazione ambientale, tra le più rigorose al mondo, esiste una concreta opportunità di pianificare la realizzazione della centrale di Bem Querer durante un eventuale quarto mandato del presidente Lula. L’impianto, con una capacità prevista di 700 MW, sorgerebbe lungo il collegamento elettrico recentemente completato tra Manaus e Boa Vista e sarebbe caratterizzato da un impatto ambientale relativamente contenuto. Il ministro ha sottolineato che il sistema elettrico brasiliano è ormai completamente interconnesso e collegato ai Paesi vicini, tra cui Paraguay, Argentina e Uruguay. In prospettiva, il governo punta inoltre a estendere l’interconnessione energetica verso la Guyana attraverso il cosiddetto Arco Nord. Nel suo intervento, il ministro ha ribadito che l’idroelettrico rappresenta una fonte strategica per il Brasile, così come l’energia nucleare. Nel pomeriggio ci siamo recati per una visita e per la celebrazione della santa Messa presso la Fazenda da Esperança Nossa Senhora de Guadalupe nella periferia della città di Iracema. Qui abbiamo conosciuto le attività lavorative degli ospiti realizzate a scopo educativo e di autosussistenza: coltivazione di ortaggi, allevamento di animali, attività di panificazione e produzione di biscotti e una piccola fabbrica per la produzione di saponi e detergenti. Dopo il giro di conoscenza delle varie attività, con gli ospiti, abbiamo fatto merenda a base di frullato di frutta esotica. Infine, abbiamo partecipato alla santa Messa che qui si celebra ogni mercoledì pomeriggio e che ha avuto una particolare nota gioiosa per la nostra presenza. La Fazenda è arrivata in Amazzonia nel 2001, grazie anche all’impulso della Campagna della Fraternità, iniziativa pastorale quaresimale promossa dalla Chiesa cattolica in Brasile. In quell’anno la Campagna rifletteva sull’urgenza di rispondere in modo concreto al crescente problema della droga nelle periferie delle grandi città. Nel caso specifico, l’attenzione era rivolta a Manaus, dove venne fondata la prima Fazenda da Esperança della regione amazzonica. Da questa esperienza iniziale sono poi nate numerose altre comunità ispirate allo stesso carisma. Di matrice francescana e focolarina, il programma di recupero della Fazenda si fonda su tre pilastri: il lavoro, la spiritualità e la convivenza comunitaria, intesa come una nuova famiglia spirituale. Il percorso terapeutico prevede un periodo di riflessione e di crescita personale che si sviluppa nell’arco di diversi mesi. Ogni giovane che entra in Fazenda lo fa liberamente e viene accompagnato, giorno dopo giorno, dalla meditazione del Vangelo e dall’impegno a vivere un nuovo stile di vita. L’obiettivo è imparare un modo diverso di affrontare le difficoltà, senza fuggire nei meccanismi della dipendenza, ma affrontando ogni problema con una forza nuova: quella della vita condivisa in comunità e della preghiera. Una delle caratteristiche più significative di questa opera è la sua crescente diffusione nelle diocesi dell’Amazzonia. Il problema delle dipendenze e del traffico di droga, infatti, continua ad aggravarsi e ad assumere forme sempre più complesse. Per questo la missione della Fazenda si è progressivamente ampliata, coinvolgendo non solo uomini e donne con problemi di dipendenza, ma anche bambini in situazione di abbandono, anziani e comunità scolastiche situate in aree marginalizzate. Dall’esperienza originaria, rivolta principalmente ai tossicodipendenti, sono così nate nuove iniziative capaci di rispondere ad altre forme di esclusione sociale, offrendo un segno concreto di speranza e di riscatto. Attualmente, nella regione amazzonica sono presenti circa 30 comunità della Fazenda da Esperança, collegate tra loro in rete e coordinate dalla sede principale di Manaus. Generalmente, ogni nuova comunità nasce su invito del vescovo della diocesi interessata. Segue poi un periodo di studio, preparazione e organizzazione del territorio, fino all’avvio concreto della presenza di volontari e delle prime persone accolte nel programma terapeutico. Anche il lavoro viene svolto in rete, attraverso la collaborazione tra le diverse comunità della Fazenda, i servizi sociali e le istituzioni locali. Ogni comunità è chiamata a provvedere in modo autonomo, almeno in parte, al proprio sostentamento. Essendo una realtà sociale legalmente riconosciuta, la Fazenda offre un servizio di utilità pubblica e può quindi beneficiare di contributi e incentivi da parte dello Stato, dei municipi e di altri enti territoriali. Accanto alle comunità terapeutiche, sono presenti in molti quartieri gruppi di sostegno destinati alle famiglie delle persone accolte. Questi gruppi svolgono un’importante funzione educativa e di accompagnamento, aiutando i familiari a rielaborare la propria esperienza e a sostenere il percorso di recupero anche dopo il completamento dell’anno di permanenza in Fazenda. Dopo la santa Messa ci siamo congedati e abbiamo fatto ritorno presso la parrocchia a Caracaraì. Oggi abbiamo vissuto una giornata interamente dedicata al gruppo dei missionari fidei donum padovani presenti qui in Roraima. Abbiamo trascorso del tempo nella casa di Caracaraí insieme al Vescovo Claudio: è stato un momento prezioso di aggiornamento, condivisione, fraternità, dialogo e ascolto reciproco. In particolare, abbiamo accolto con attenzione le sue parole di incoraggiamento e di riflessione sulle diverse situazioni nelle quali i nostri sacerdoti sono impegnati nel territorio della diocesi. Nel pomeriggio abbiamo avuto l’opportunità di conoscere più da vicino anche le strutture della parrocchia, visitando soprattutto quegli ambienti che necessitano di ristrutturazione, così da poter offrire spazi più adeguati alle attività comunitarie e al servizio della Caritas. La giornata si è conclusa nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe Operaio, a Caracaraí, insieme a tutte le comunità della parrocchia. Abbiamo condiviso momenti di adorazione e successivamente la Santa Messa, vissuta con la grande gioia e l’energia che caratterizzano la liturgia di queste comunità. Dopo la celebrazione, insieme ai partecipanti, ci siamo spostati nella casa parrocchiale per una cena conviviale a base di pizza e prodotti locali. È stato un momento particolarmente bello e simpatico, nonostante talvolta la barriera linguistica per noi che non parliamo portoghese. Eppure abbiamo percepito con forza l’affetto che i parrocchiani, le comunità e le persone del luogo nutrono verso i nostri sacerdoti, sia quelli attualmente presenti sia quelli padovani che negli anni passati hanno condiviso la missione in questa stessa realtà. Abbiamo concluso la serata con grande allegria e un profondo senso di fraternità. Dopo aver salutato Caracaraí, ci siamo messi in viaggio verso Boa Vista, capitale dello Stato di Roraima e sede della Diocesi omonima. Qui abbiamo visitato la Casa della Carità, un luogo che raccoglie e coordina tutte le pastorali sociali della Diocesi: Caritas, Giustizia Pace e Diritti Umani, pastorale della terra e della salvaguardia del creato, pastorale dei contadini, pastorale dei migranti e pastorale della salute. Tante attenzioni e servizi diversi che trovano unità e collaborazione all’interno di questa unica realtà. Nel giardino della Casa della Carità abbiamo potuto ammirare una sorta di “albero di Natale”, sul quale sono riportate le parole e i valori ispiratori delle diverse pastorali sociali della Diocesi, quasi a rappresentarne simbolicamente la missione comune. Successivamente ci siamo recati presso la comunità del Sacro Cuore, una delle numerose comunità seguite dai sacerdoti vicentini che hanno la loro base nella parrocchia di Santa Rosa de Lima, alla periferia di Boa Vista. Qui abbiamo celebrato la Santa Messa, rinnovando il prezioso legame di collaborazione che unisce le Diocesi di Padova, Vicenza e Treviso a questa realtà ecclesiale di Roraima. Infine, prima della partenza abbiamo dato il nostro saluto a tutti gli amici fidei donum padovani. Nella notte, infatti, abbiamo proseguito il nostro viaggio verso São Félix, affrontando una lunga tratta con due voli: Boa Vista-San Paolo e San Paolo – Palmas. Sabato 4 luglio. Viaggio verso Porto Alegre do Norte In tarda mattinata siamo stati accolti a Palmas da mons. Lucio Nicoletto. Da Palmas, capitale dello Stato del Tocantins, abbiamo intrapreso un lungo viaggio in automobile di circa 600 chilometri per raggiungere Porto Alegre do Norte. Il percorso ci ha condotti attraverso territori appartenenti a tre diversi Stati del Brasile: Tocantins, Pará e Mato Grosso, offrendo uno sguardo sulla vastità e sulla varietà di questa regione del Paese. Porto Alegre do Norte è oggi la sede operativa della Diocesi di São Félix do Araguaia. Qui risiede don Lucio e qui si trovano gli uffici e le principali strutture pastorali della Diocesi. São Félix do Araguaia, invece, è la sede storica, dove si trova anche la cattedrale. La città si trova lungo le rive del fiume Araguaia a circa 210 chilometri di distanza da Porto Alegre do Norte. Siamo nella zona est dello Stato del Mato grosso, ai confini con Tocantins e Pará. Abbiamo partecipato alla celebrazione della Santa Messa nella chiesa concattedrale di Porto Alegre do Norte. La liturgia è stata presieduta da mons. Lucio e concelebrata da mons. Claudio, in un clima di grande cordialità, amicizia e gioia condivisa. I saluti rivolti alla comunità e ai membri della nostra delegazione, sia durante sia al termine della celebrazione, hanno reso ancora più evidente il legame fraterno che unisce le nostre Chiese. In tarda mattinata il Vescovo Lucio ci ha invitati a visitare con lui una famiglia della comunità cristiana. L’accoglienza è stata semplice, informale e fraterna. Con loro abbiamo pranzato e ci siamo intrattenuti a conversare e raccontarci le rispettive esperienze. Siamo grati anche per questa possibilità che ci ha permesso di entrare nella quotidianità della vita delle persone. Nel pomeriggio abbiamo ripreso il viaggio verso São Félix do Araguaia, la città che dà il nome alla Prelazia e che sorge sulle rive del fiume Araguaia. Qui si trova la sede storica della Diocesi. Lungo il percorso, ci siamo fermati nella cittadina di Alto Boa Vista, nella parrocchia della Madonna di Fatima. Qui abbiamo potuto incontrare il parroco padre Rinaldo e ammirare la bella chiesa parrocchiale. Abbiamo ripreso il nostro viaggio per fare l’ultimo tratto e in serata abbiamo raggiunto la città di São Félix e celebrato la Santa Messa nella cattedrale, cuore della vita di questa Chiesa locale affacciata sul grande fiume Araguaia. Poi siamo stati ospiti di una famiglia per la cena. In mattinata, accompagnati dal vescovo Lucio abbiamo fatto visita alla casa che ha ospitato per tutta la sua permanenza a São Félix il vescovo Pedro Casaldáliga (Balsareny, 16 febbraio 1928 – Batatais, 8 agosto 2020). Fu lui stesso a scegliere questa abitazione perché rispecchiava il modello delle case della gente del luogo in quel periodo. Quando i suoi collaboratori costruirono la casa episcopale, Pedro la visitò ma decise di non andarci a vivere. La considerava infatti troppo lussuosa rispetto alle condizioni in cui viveva la popolazione. Aveva molto chiaro un principio fondamentale: non poteva permettersi uno stile di vita superiore a quello delle persone che era chiamato a servire. Per questo scelse una casa semplice, simile a quelle della gente del posto, che all’epoca viveva in condizioni di grande povertà. Anche la stessa cattedrale riflette questa scelta di essenzialità. La sua struttura è molto semplice, proprio perché doveva prendere le distanze dai modelli e dalle grandiosità che caratterizzavano molte costruzioni religiose dell’epoca. In questa casa non viveva soltanto Pedro. Per molti anni vi hanno abitato anche numerosi collaboratori e collaboratrici della prelazia. Qui accanto, per esempio, si trova un’altra casetta dove visse una grande collaboratrice, Maria José, che è ancora viva e ha quasi ottant’anni, anche se purtroppo oggi soffre di Alzheimer. Maria José proveniva da San Paolo. Dopo la laurea in giurisprudenza decise di mettere completamente le proprie competenze al servizio della prelazia. Divenne di fatto il suo principale riferimento legale, impegnandosi nella difesa della Chiesa locale nei numerosi conflitti con i grandi proprietari terrieri. Ha vissuto per molti anni qui, servendo il vescovo Pedro e contribuendo in modo decisivo alla missione della prelazia. Tra i collaboratori più importanti vi furono anche gli agostiniani, che nel tempo offrirono un sostegno costante. Per Pedro questa casa era quasi un piccolo monastero. Lo si percepisce anche dalla sua struttura interna: al centro si trova una cappella, luogo in cui dedicava molto tempo per la preghiera, il silenzio e l’ascolto. Pedro Casaldáliga era una persona colta, serena e profondamente mite. Aveva però anche un carattere forte, tipico delle sue origini catalane. Amava infatti definirsi catalano prima ancora che spagnolo. Pur mantenendo posizioni molto ferme, non cercava mai lo scontro personale e rispettava anche chi la pensava diversamente. Nel modo di parlare e di relazionarsi con gli altri trasmetteva pace e rispetto. Tutti sapevano che le sue convinzioni erano incrollabili, ma proprio per questo suscitava stima anche tra i suoi avversari più accesi. Si racconta che il figlio di un grande proprietario terriero avesse organizzato un’imboscata per ucciderlo. Quando il padre ne venne a conoscenza, fermò immediatamente il figlio e gli proibì di agire. Gli disse che, nonostante fossero avversari e si trovassero su fronti opposti, nutriva un profondo rispetto per Pedro, perché non aveva mai incontrato una persona tanto coerente con la fede che professava. Questa coerenza tra parole e vita è stata probabilmente una delle ragioni principali per cui Pedro Casaldáliga ha continuato a godere di rispetto e autorevolezza, anche agli occhi di chi non condivideva le sue idee. per approfondire: laciviltacattolica.it/articolo/pedro-casaldaliga-la-profezia-di-un-pastore-poeta Entrando in questa casa abbiamo avuto la sensazione di trovarci in un luogo che è stato molto più di una semplice abitazione. Ci è stata riportata una frase che racchiude bene lo spirito di questo posto: «Questa è la mia casa, questa è la mia chiesa». In effetti, qui vita quotidiana, preghiera e missione si sono intrecciate per decenni. Nonostante la luce che entrava dalle finestre aperte, gli ambienti conservavano un’atmosfera raccolta e silenziosa. Visitando gli ambienti interni siamo arrivati alla stanza che un tempo apparteneva a Pedro. Proseguendo la visita ci siamo soffermati davanti alla fotografia di padre François Jentel missionario francese che ebbe un ruolo importante nella storia della prelazia. All’inizio degli anni Settanta, una società chiamata CODEARA tentò di appropriarsi delle terre occupate dagli abitanti della regione. Erano gli anni della dittatura militare e molte operazioni di questo tipo venivano sostenute dal potere politico. Padre François si schierò apertamente al fianco della popolazione locale. Il 3 marzo 1972 contribuì a organizzare una grande resistenza popolare che riuscì a impedire l’espulsione delle famiglie dalle loro terre. Ci ha colpito sapere che ancora oggi, ogni 3 marzo, quella vittoria viene ricordata con una festa. In un contesto in cui molte comunità persero i propri territori, questo episodio rappresentò una rara e significativa conquista. Ascoltando questi racconti abbiamo compreso meglio anche il clima di quegli anni. Le parole e le scelte di molti uomini e donne di Chiesa erano spesso molto forti, ma nascevano dalla convinzione che fosse necessario difendere i più poveri e contrastare situazioni considerate profondamente ingiuste. Uno degli elementi che più ha attirato la nostra attenzione è stato l’Anello di Tucum. Non si tratta semplicemente di un oggetto simbolico, ma di un segno di impegno e di solidarietà verso i poveri e gli esclusi. Nel tempo il suo significato si è diffuso ben oltre questa regione, diventando un simbolo riconosciuto da molte persone impegnate nelle lotte sociali e nella difesa dei diritti umani. Tra i documenti conservati abbiamo potuto osservare anche una copia della pagina del registro del suo battesimo, insieme a fotografie e ricordi di amici e compagni di cammino. Tra questi volti abbiamo riconosciuto alcune figure che hanno segnato la storia della Chiesa latinoamericana del Novecento: Oscar Romero, Hélder Câmara ed Erwin Kräutler. Nomi che richiamano immediatamente l’impegno per la giustizia, la difesa dei più deboli e la fedeltà al Vangelo vissuta nelle periferie del continente. Uscendo da questa casa abbiamo avuto l’impressione di aver visitato non soltanto un luogo storico, ma uno spazio capace di raccontare una visione della Chiesa fatta di semplicità, condivisione e vicinanza alla gente. Ogni stanza, ogni fotografia e ogni oggetto sembravano custodire una memoria ancora viva, che continua a parlare a chi vi entra oggi come pellegrino. Dopo la visita alla casa di Casaldàliga, siamo andati a pregare sulla sua tomba presso il cimitero abbandonato dove ha voluto essere sepolto, sulle rive del fiume Araguaia, lo stesso che ospitava le spoglie di lavoratori poveri, di indigeni e di donne vittime della prostituzioneche. L’iscrizione voluta da lui stesso, così recita: “Per riposare, io voglio solo questa croce di legno, sotto la pioggia e il sole. Questi sette palmi [di terra] e la Risurrezione!” Il terzo luogo che abbiamo visitato è stato il Centro per eventi e ospitalità Tia Irene (zia Irene) di proprietà della diocesi di São Félix. In questo momento è in atto un programma di riqualificazione degli ambienti per renderli più adatti alle esigenze della Diocesi e di chi ne richiede l’utilizzo. Dopo pranzo siamo partiti alla volta di Ribeirão Cascalheira. Il viaggio di oltre quattro ore ci ha dato la possibilità di continuare a dialogare, a scambiarci impressioni e a misurarci con gli orizzonti vastissimi di questi luoghi. All’arrivo abbiamo trovato ad accoglierci i padri claretiani, della stessa congregazione del Vescovo Pedro Casaldáliga. Siamo stati ospiti per la notte nella comunità di tre padri claretiani, che seguono questa parrocchia e l’area missionaria composta di 16 comunità in un raggio di 140 km circa, ospitalità semplice e squisita. Ribeirão Cascalheira – Diocesi di São Félix do Araguaia (Mato Grosso) Il Santuario dei Martiri del Cammino non nasce anzitutto dalla volontà di costruire un luogo di devozione, ma dalla memoria viva di una Chiesa che ha scelto di stare accanto ai poveri, ai contadini e ai popoli indigeni. È un santuario nato dal sangue di un martire e dalla fede di un popolo. Qui, l’11 ottobre 1976, padre João Bosco Penido Burnier, gesuita, accompagnava il vescovo Pedro Casaldáliga, allora vescovo di São Félix do Araguaia. Erano diretti a celebrare la festa della Madonna Aparecida quando sentirono provenire dalla locale caserma di polizia le urla di due donne che venivano torturate. Le due donne, Margarida e Santana, erano state arrestate al posto dei loro mariti. Questi erano fuggiti dopo essere entrati in conflitto con un grande proprietario terriero. In quegli anni era purtroppo frequente che i fazendeiros sfruttassero i lavoratori rurali per mesi e, al momento del pagamento, li eliminassero per non saldare il salario. Era una violenza sistematica che colpiva soprattutto i più poveri e gli immigrati interni. Padre João Bosco e dom Pedro entrarono nella caserma chiedendo semplicemente che cessassero le torture. La risposta fu brutale: un poliziotto sparò a bruciapelo alla testa di padre João Bosco. Ferito gravemente, fu trasportato nella piccola infermeria che allora sorgeva dove oggi si trova la cappella del santuario. Il giorno seguente venne trasferito a Goiânia, dove morì il 12 ottobre 1976, festa della Madonna Aparecida, patrona del Brasile. La croce della liberazione Sette giorni dopo il popolo si riunì per celebrare l’Eucaristia. Al termine della celebrazione portò in processione una grande croce fino al luogo del martirio. Davanti alla caserma una donna della comunità, Cremosina, pronunciò parole rimaste nella memoria della Chiesa del Brasile: «Qui c’è la croce della liberazione. Là c’è la prigione dell’oppressione. Da che parte vogliamo stare?» La gente rispose: “Con la croce.” Fu il popolo stesso a demolire simbolicamente la caserma, lanciando pietre contro quell’edificio che rappresentava la violenza e l’ingiustizia. Per molto tempo i militari non tornarono più a Ribeirão Cascalheira. Quell’episodio segnò profondamente la coscienza della comunità. Oggi, proprio nel luogo esatto del martirio, si può visitare una piccola cappella dove è conservata quella croce che la comunità infisse nel terreno subito dopo l’omicidio di padre João Bosco. Una memoria che continua Il Santuario, la cui costruzione iniziò l’anno successivo al martirio in un luogo a pochi chilometri di distanza, custodisce la memoria di padre João Bosco Burnier, ma non soltanto la sua. È dedicato ai Martiri del Cammino, cioè a tutte quelle donne e quegli uomini che, spesso senza alcun riconoscimento ufficiale, hanno dato la vita per il Vangelo, per la giustizia, per i poveri, per i popoli indigeni e per la difesa della dignità umana. Questa è una spiritualità molto cara alla Prelazia di São Félix do Araguaia, segnata dalla figura di dom Pedro Casaldáliga. Una spiritualità che nasce dal Concilio Vaticano II e dalla convinzione che il martirio non appartenga soltanto ai santi canonizzati, ma anche a tante persone che hanno vissuto il Vangelo fino alle estreme conseguenze. Come amava ripetere dom Pedro, “il popolo sa riconoscere i suoi martiri”. Un santuario vivo Accanto al santuario si trova una piccola casa, un tempo scuola del villaggio, oggi affidata alla diocesi. Il desiderio è che diventi sempre più un luogo di formazione, di accoglienza dei pellegrini, di incontri pastorali e di approfondimento della spiritualità del martirio. Qui il pellegrinaggio non è soltanto memoria del passato: è un invito a continuare il cammino della giustizia, della riconciliazione e della difesa della vita. Ogni cinque anni la grande croce del santuario lascia eccezionalmente la cappella per aprire la Romaria dos Mártires da Caminhada, il pellegrinaggio che richiama persone provenienti da tutto il Brasile e oltre per rinnovare l’impegno a costruire una Chiesa povera, profetica e vicina agli ultimi. Questa vicenda è uno dei simboli più forti della cosiddetta “Chiesa dell’Araguaia”, nata attorno a dom Pedro Casaldáliga. Qui il martirio non è ricordato come una sconfitta, ma come un seme. Come scrisse lo stesso Casaldáliga: «Le nostre cause valgono più della nostra vita». È questa la convinzione che continua ad animare il Santuario dei Martiri del Cammino: la memoria dei martiri non appartiene al passato, ma continua a generare speranza, giustizia e Vangelo nel presente. La chiesa del Santuario ha una semplice pianta quadrangolare. Sul fondo, due pareti si sviluppano lungo i lati dell’aula, formando due gallerie della memoria. Sono il cuore del Santuario: un luogo dove i volti dei martiri continuano a raccontare una storia di fede e di giustizia. La parete rivolta verso l’altare raccoglie le fotografie e le testimonianze dei Martiri della Caminhada del Brasile, uomini e donne che hanno donato la vita nella difesa dei poveri, della terra, dei popoli originari e dei diritti umani, vivendo il Vangelo fino alle sue estreme conseguenze. Tra questi padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano italiano ucciso in Rondônia nel 1985 mentre cercava di mediare un conflitto per la terra La parete opposta amplia lo sguardo all’intera America Latina e presenta figure che, in contesti diversi, hanno condiviso lo stesso impegno evangelico e la stessa disponibilità al dono della vita. Tra queste troviamo anche san Oscar Romero. Ogni fotografia è accompagnata da una breve memoria, che invita il pellegrino non solo a ricordare queste persone, ma anche a riconoscere come il martirio continui a essere una realtà della Chiesa e della storia contemporanea. La nostra visita al Santuario dei Martiri della Caminhada Siamo entrati nel Santuario dei Martiri della Caminhada quasi in silenzio. La prima impressione non è stata quella di trovarci davanti a un monumento, ma in un luogo abitato da una memoria viva. Ci è venuto spontaneo rallentare il passo. Abbiamo capito subito che non stavamo semplicemente visitando un edificio: stavamo entrando in una storia. Abbiamo scoperto che questo santuario è nato dalle mani della gente. Gli operatori pastorali della Prelazia, riuniti qui per il loro ritiro annuale, durante il giorno hanno lavorato alla costruzione dell’edificio e la sera si sono ritrovati per pregare e riflettere insieme. Mentre il santuario prendeva forma, è accaduto un gesto semplice e inatteso: alcune famiglie hanno portato le fotografie dei propri martiri. Una dopo l’altra, quelle immagini hanno trovato posto sulle pareti. Così è nato spontaneamente questo luogo della memoria, dove la preghiera e il ricordo continuano a camminare insieme. Abbiamo poi alzato lo sguardo verso il grande murales che domina il presbiterio. Al centro dell’opera non abbiamo trovato un martire, ma il Cristo risorto. È Lui che cammina davanti a tutti. Abbiamo compreso allora che il martirio cristiano non nasce dal desiderio dell’eroismo, ma dal seguire Gesù fino in fondo. Attorno a Lui abbiamo riconosciuto padre João Bosco Burnier e, insieme a lui, il popolo degli indigeni, il popolo afrodiscendente e tanti uomini e donne che hanno conosciuto la violenza e l’oppressione. Sullo sfondo è rimasta la caserma, simbolo del potere che uccide; sopra tutto, però, ha continuato a prevalere la luce della Pasqua. Ancora una volta abbiamo percepito che il male non ha l’ultima parola. L’artista del murales è Maximino Cerezo Barredo (1932-2025), missionario claretiano spagnolo, uno dei maggiori artisti della Teologia della Liberazione. Il grande murales del Santuario, intitolato O Maior Amor – Il più grande amore, fu realizzato nel 1986, in occasione della costruzione del Santuario e della prima Romaria dei Martiri della Caminhada. La posizione dei personaggi del murales Proseguendo la visita, ci siamo soffermati davanti ai volti dei martiri. Alcuni ci erano noti, come Oscar Romero o padre João Bosco; altri ci erano sconosciuti. Eppure, tutti ci sono sembrati guardarci nello stesso modo. Non ci hanno chiesto di essere ammirati, ma di essere ricordati. Accanto alla fotografia di padre João Bosco abbiamo visto la camicia che indossava nel giorno del martirio. È un segno povero, quasi fragile, ma proprio per questo capace di raccontare una vita donata. Abbiamo poi ripensato alla Romaria dei Martiri della Caminhada. Ogni anno migliaia di pellegrini arrivano qui da tutto il Brasile. Abbiamo immaginato il grande fuoco acceso nella piazza, il cero pasquale che trasmette la sua luce alle candele dei pellegrini, il lungo cammino nella notte e le soste dedicate ai popoli originari, alla terra, alle donne, ai giovani e ai martiri. Ci siamo resi conto che questo santuario non custodisce soltanto una memoria: continua a generare un popolo in cammino. Prima di concludere la visita, ci è rimasta impressa una frase: «Questo è un santuario di cause.» Cause che non nascono da un’ideologia, ma dal Vangelo: la causa della vita, della giustizia, della dignità di ogni persona, della custodia della terra e della fraternità. Quando siamo usciti, abbiamo avuto l’impressione di lasciare un luogo che non trattiene i pellegrini, ma li rimette sulla strada. Il Santuario dei Martiri della Caminhada ci ha ricordato che la memoria non serve a conservare il passato: serve a generare il futuro. Siamo ripartiti portando con noi una domanda semplice e impegnativa: come possiamo continuare, oggi, questo cammino di fedeltà al Vangelo? Perché il cammino dei martiri non si è concluso con la loro vita: continua ogni volta che qualcuno sceglie di mettere il Vangelo al primo posto. Casa di spiritualità del martirio Accanto al Santuario si trova una casa destinata all’accoglienza e alla formazione. Un tempo era una scuola; oggi è uno spazio dedicato ad attività di spiritualità, incontri di studio e percorsi di riflessione, con particolare attenzione ai temi del martirio, dei diritti umani, della giustizia e dell’impegno sociale alla luce del Vangelo. La struttura ospita convegni, ritiri, corsi di formazione e incontri promossi dalla Prelazia e dalle diverse realtà ecclesiali e sociali che si riconoscono nella spiritualità dei Martiri della Caminhada. Durante la Romaria dei Martiri della Caminhada, che ogni anno richiama pellegrini da tutto il Brasile, questa casa diventa uno dei luoghi centrali dell’iniziativa. Qui si svolgono conferenze, tavole rotonde, testimonianze e momenti di approfondimento sui temi che ispirano il pellegrinaggio: la difesa della vita, la giustizia sociale, la custodia del creato, i diritti dei popoli originari e la memoria dei martiri. In questo modo il pellegrinaggio non è soltanto un’esperienza di preghiera, ma anche un’occasione di formazione, di confronto e di rinnovato impegno per costruire una società più giusta e fraterna. Dopo pranzo abbiamo intrapreso un lungo viaggio di oltre quattro ore. Abbiamo percorso le piste camionabili che attraversano le grandi fazendas, immersi quasi continuamente nella polvere sollevata dai numerosi camion in transito lungo la strada sterrata. Siamo quindi arrivati alla parrocchia di san Antonio do Fontoura, dove don Lucio ha incontrato il Consiglio pastorale della parrocchia insieme ai rappresentanti di altre due comunità vicine. L’incontro si è svolto in occasione dell’affidamento ufficiale del nuovo parroco, avvenuto proprio il giorno precedente. Successivamente abbiamo partecipato alla Santa Messa, celebrata in serata, verso le ore 20 locali. Al termine della celebrazione ci sono stati i vari interventi e i saluti rivolti al nuovo parroco; dopo una breve cena siamo ripartiti alla volta di Porto Alegre do Norte. Questa volta il percorso è stato un po’ più breve, poiché abbiamo seguito una strada diversa. A tarda sera siamo infine arrivati a destinazione. Mercoledì 8 luglio Abbiamo trascorso l’intera giornata presso la Curia episcopale, nella residenza di don Lucio. Ci siamo dedicati in parte al riposo e in parte alla preparazione dei bagagli, in vista del viaggio di rientro. Nel pomeriggio abbiamo intrapreso il primo tratto del viaggio da Porto Alegre do Norte a Palmas in autobus, viaggiando per tutta la notte. Giovedì 9 luglio Dopo un lungo viaggio in autobus, siamo finalmente arrivati in città, dove siamo stati accolti con grande cordialità da una famiglia. La loro ospitalità ci ha permesso di riposarci e rifocillarci prima di dedicare qualche ora alla scoperta di Palmas. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il parroco della cattedrale, don Edoardo, una persona dinamica e molto attiva, impegnata anche nella comunicazione attraverso i social media e i canali multimediali con iniziative davvero interessanti. È stato lui ad accompagnarci nella visita al Palazzo del Governo dello Stato del Tocantins, dove abbiamo incontrato alcuni rappresentanti dell’amministrazione. Con grande disponibilità e calore ci hanno condiviso alcuni cenni storici di questo giovane Stato e della città di Palmas, fondata appena 36 anni fa e cresciuta dal nulla fino a diventare la capitale del Tocantins. Con queste immagini e questi incontri si conclude la nostra ultima giornata in Brasile, prima di imbarcarci sui voli che ci riporteranno a casa.
Il gesto è stato molto forte dal punto di vista emotivo ed è stato compiuto nei confronti di tutti noi ospiti, a cominciare dal vescovo Claudio e poi, uno ad uno, degli altri presenti. Era presente tutta la comunità indigena, dalle persone più anziane ai giovani e ai più piccoli, quasi tutti in abiti tradizionali.
La casa è gestita da molti anni da suore venezuelane di carisma francescano che, insieme alle ragazze, ci hanno offerto una serie di rappresentazioni musicali e danzanti. Una quarantina di giovani studentesse ci hanno accompagnato in un percorso di conoscenza dell’America Latina, della sua storia e della sua tradizione culturale attraverso danze e costumi.
La mattinata si apre con l’incontro con il Vescovo Evaristo, che ci accoglie con la consueta cordialità. Successivamente visitiamo la radio diocesana Radio Roraima e, seppure brevemente, anche la sede della Caritas diocesana, potendo così conoscere da vicino alcuni importanti servizi svolti a favore della Chiesa locale e della comunità.
Stamattina, partendo dalla sede dei missionari di Caracaraì ci siamo recati al piccolo porticciolo della città, sul Rio Branco e con delle imbarcazioni abbiamo risalito il fiume fino alla località di Bem Querer. In questo luogo – segnato con il puntatore rosso sulla piantina a fianco – è prevista la realizzazione di una diga per la produzione di energia elettrica.
La Fazenda da Esperança (in italiano Fattoria della speranza) è un’opera sociale che si configura come associazione privata di fedeli. Nata 41 anni fa a Guaratinguetá, nell’entroterra dello Stato di San Paolo, è sorta con l’intuizione di aiutare giovani vittime della tossicodipendenza e dell’alcolismo a liberarsi da queste gravi piaghe sociali. Oggi è presente in numerosi Paesi del mondo.
Abbiamo poi visitato l’accogliente chiesa di Nostra Signora del Livramento e una cappella situata nella periferia di Caracaraí, dedicata a Sant’Antonio.



























































































































