Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa?
E’ la domanda a cui tenta di rispondere il cardinale Pierbattista Pizzaballa attraverso la lettera indirizzata alla diocesi, diffusa il 27 aprile scorso con il titolo “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”.
La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si inizia con “la valutazione dell’attuale stato di disordine”, per “ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio”; nella seconda il patriarca condivide “una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme”; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tali riflessioni, da applicare a parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni.
Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: “è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste”.
Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, “eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra”. “Quello che stiamo vivendo – osserva il patriarca – non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale”. “È una guerra che si conduce anche con parole e immagini – rileva il patriarca – È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per “decisione di un algoritmo”. “I luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, – afferma Pizzaballa – diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo“. La Chiesa di Gerusalemme “ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma – si chiede Pizzaballa – è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere”.

