Colombia, il dramma degli sfollati

Continua il nostro itinerario tra le realtà fragili del nostro tempo che non trovano posto tra le notizie mediatiche. Gli sfollati della Colombia, il clima di guerra che si respira nel Paese nonostante gli accordi di pace, il narcotraffico e l’attività estrattiva inquinante rappresentano un quadro preoccupante, anche in vista delle elezioni presidenziali di questi giorni. Situazione totalmente trascurata dalla scena internazionale.

 

La strage sulla Panamericana

Il 27 aprile scorso un attentato esplosivo sulla Panamericana, nel dipartimento del Cauca in Colombia, ha ucciso almeno 14 persone e ferito 38 civili, tra cui anche diversi minori.

Non si è trattato purtroppo di un episodio isolato, ma di un’azione coordinata dal momento che nelle stesse ore si sono registrati attacchi anche in altre 6 località, tra cui a Mercaderes, dove un ordigno ha ferito almeno sei persone. Una strategia precisa dunque, per dimostrare di avere il controllo del territorio e per colpire lo Stato nei suoi punti più sensibili.

La Panamericana è una delle arterie più importanti del Paese, cruciale per la mobilità e il commercio colombiano. Colpirla significa interrompere i flussi economici, ma anche diffondere paura e fare pressioni politiche e militari. Più violenza genera meno sviluppo, che a sua volta favorisce economie illegali e rafforza i gruppi armati. Un segnale importante, una questione di controllo della sovranità che si inserisce in una situazione di equilibrio già molto precario.

Secondo il rapporto annuale dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, nel 2025 sono stati uccisi 99 difensori dei diritti umani e si sono verificati 53 massacri. Di questi, 44 attacchi con esplosivi si sono registrati proprio nel dipartimento di Cauca e Valle del Cauca: 21 civili e otto membri delle forze dell’ordine uccisi, 206 feriti.

 

La privatizzazione della guerra

Secondo il Global Peace Index del 2025 sono 59 i conflitti fra Stati in questo momento nel mondo. È il dato peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale. E a proposito di America Latina, emerge una riflessione sull’evoluzione del Paese verso la privatizzazione della guerra. I protagonisti infatti sono gruppi armati che non cercano di destituire il governo attuale e di conquistare i vertici del sistema. Puntano piuttosto a trarre il massimo vantaggio per sé attraverso il dominio del territorio e delle risorse e a esercitare un potere parallelo che finisca per inglobare quello ufficiale, oppure a ricavarsi uno spazio al suo interno. Andando a colmare proprio quei vuoti che lo Stato ha lasciato, dal 2016 ad oggi.

Lo storico accordo di pace firmato dieci anni fa tra il governo di Bogotà e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) ha messo fine a una guerra che durava da 52 anni. La più lunga d’Occidente, con 260mila morti e sette milioni di sfollati interni. L’intesa aveva acceso la speranza, ma negli anni successivi, il conflitto, anziché scomparire, ha cambiato volto. Accanto ai gruppi dissidenti delle Farc sono cresciute nuove organizzazioni armate legate al narcotraffico, favorite anche dalla fragilità delle istituzioni e dall’assenza di servizi statali.

 

Record mondiale per piantagioni di droga

Il dipartimento del Cauca è da anni uno dei punti più critici del Paese dal punto di vista del narcotraffico. I gruppi armati rivali combattono per il controllo della droga di cui Tibú è capitale globale con piantagioni che si estendono per 22mila chilometri e che registrano il record mondiale. Nel sottosuolo, inoltre, si trovano petrolio, carbone, acqua.

Proprio qui convergono attività illecite, dalla coltivazione, lavorazione ed esportazione della droga, all’estrazione mineraria illegale, al traffico di armi. Le conseguenze per le popolazioni locali di queste aree sono drammatiche: confinamenti di intere comunità, mancato accesso a cibo, sanità e istruzione, uccisione di leader sociali – secondo l’ong Indepaz 187 vittime nel 2025. È notizia di qualche giorno fa l’assassinio del giornalista Cristian Herrera da parte di un sicario a bordo di una motocicletta. Herrera, che da quasi vent’anni si occupava di narcotraffico, criminalità organizzata, ordine pubblico e corruzione, denunciava da tempo minacce legate alla sua attività professionale e beneficiava di misure di protezione statali.

La crisi ha anche un risvolto internazionale. La Colombia è infatti un attore chiave in America Latina e la sua instabilità influisce su traffici illeciti, migrazioni e sicurezza regionale.

Ma sono soprattutto gli sfollamenti la piaga più grande e più ignorata della Colombia. Con sette milioni di persone costrette a lasciare le loro case, è oggi il quinto Paese con più sfollati interni al mondo. Nei primi mesi del 2025 gli sfollamenti sono aumentati del 462% rispetto all’anno precedente. Nel giro di un anno, oltre centomila sono stati sfollati: la peggior crisi umanitaria degli ultimi due decenni.

 

Tra le crisi più trascurate al mondo

Secondo il Norwegian Refugee Council, il Paese è al terzo posto nella triste classifica delle crisi di sfollamento più trascurate al mondo. Al primo posto il Sudan, seguito dalla Repubblica Democratica del Congo. Nel silenzio assordante della politica globale, le ondate di sfollamenti continuano da oltre sei decenni, nonostante gli accordi di pace. Comunità intere sono costrette a lasciare le proprie terre, a volte all’improvviso, spesso dopo un lento logoramento e una pressione costante. Sono popolazioni che vivono in aree per la maggior parte rurali e isolate, dove lo Stato non arriva o arriva troppo tardi.

Nello stilare la classifica, il Norwegian Refugee Council ha tenuto conto di quattro parametri chiave. Il primo è la mancanza di fondi, che condanna le crisi a rimanere senza una risposta adeguata e a diventare emergenze croniche. Il secondo elemento è la scarsa attenzione mediatica che confina queste situazioni ai margini della scena. E ancora la debole volontà politica, che in questo caso specifico ha pesato davvero molto sulla situazione.

Il quarto parametro è dato dall’ampiezza dello sfollamento. Si leggono numeri ma sono persone, singole identità che vivono in una perenne incertezza e instabilità. Il dramma dello sfollamento non è solo legato alla fuga, ma anche alla durata della fuga stessa, a quel periodo a volte lunghissimo che rimane sospeso tra mille incognite e preoccupazioni. Il tutto mentre il mondo rimane del tutto indifferente.

 

Se l’estrazione dell’oro avvelena il fiume

Anche l’attività estrattiva, in particolare quella dell’oro, miete le sue vittime in Colombia. Il Rio Atrato, il fiume più densamente popolato, è stato completamente avvelenato causando danni irreversibili all’ecosistema e alla salute milioni di persone. L’estrazione dell’oro, infatti, scarica mercurio in dosi altamente contaminanti, mentre le comunità locali utilizzano l’acqua dal fiume per bere e per lavarsi, ammalandosi senza saperlo. Anche i pesci, fonte di cibo, sono contaminati.

In Colombia, in particolare nella zona Choco e Bolivar, l’87% dello sfruttamento aurifero produce quasi il 40% delle emissioni di tutto il Paese. Inoltre, fra i 10 e i 15 milioni di persone impiegate nelle miniere, ci sono anche 5 milioni di bambini (Il manifesto).

Le leggi ci sono, ma purtroppo nessuno controlla. Anche l’Italia è chiamata in causa. Essendo la terza destinazione dell’export colombiano di metalli preziosi, dopo Usa e India, dovrebbe sorvegliare le attività estrattive e importare solo da zone che rispettano i vincoli europei della raffinazione.

 

Il futuro nelle prossime elezioni

Il Paese è alle prese in questi giorni con le elezioni presidenziali. Il clima di tensione è alto. Il candidato di destra Abelardo de la Espriella ha sorprendentemente sconfitto al primo turno il senatore di sinistra Ivan Cepeda, alleato del presidente colombiano uscente Gustavo Petro. I due si affronteranno nuovamente al ballottaggio il 21 giugno prossimo. E in vista della data, la tensione tra Bogotà e gli Stati Uniti è alle stelle.

Petro ha attaccato duramente Trump per aver sostenuto un candidato di estrema destra alla sua successione, accusando Washington di allearsi con i narcotrafficanti. “I loro alleati in Colombia – ha affermato il presidente uscente – provengono dal regime narco-paramilitare; sono responsabili di genocidio e traffico di droga”.

Espriella dal canto suo ha promesso, se eletto, di approfondire le relazioni tra Stati Uniti e Colombia. Gode tra l’altro dell’appoggio dell’ex presidente ultraconservatore Alvaro Uribe, accusato di collusione con i paramilitari responsabili dei massacri di migliaia di civili durante gli anni più bui del conflitto colombiano. “Cambieremo la storia della Colombia per sempre. Al ballottaggio batteremo la tirannia e l’assolutismo“, ha esultato de la Espriella, chiamato dai suoi “il Tigre”, indossando la maglia della nazionale colombiana, simbolo di cui si è impossessato durante la campagna elettorale condotta all’insegna dell’ultranazionalismo.

Nel frattempo, direttamente dagli Usa è arrivato in Colombia il senatore americano Bernie Moreno come osservatore internazionale: “Se la Colombia, Dio non lo voglia, prende la strada sbagliata – ha avvisato – tutti i cattivi attori che oggi sono a Cuba e in Venezuela e Nicaragua si trasferiranno lì”.

foto pixabay

A cura di Elena Cogo