“La missione è lo spazio dove concedi a Dio la possibilità di fare qualcosa di bello per te; non è un fatto geografico, ma è legata alla nostra storia, alla nostra vita”.
Sono queste le parole con cui ci siamo salutati, il 20 settembre, dopo l’incontro di condivisione delle esperienze missionarie vissute dai giovani che hanno frequentato il percorso di Viaggiare per Condividere. In 29, durante il periodo estivo, hanno preparato le valigie e si sono messi in viaggio verso la Thailandia, le Filippine, il Brasile, l’Ecuador, l’Angola, la Liberia e il Mozambico.
Accompagnati dai missionari e dalle missionarie che li hanno ospitati, i giovani hanno avuto modo di gustare la quotidianità di chi con umiltà e presenza si fa compagno di strada di questi popoli attraverso la promozione della persona e l’annuncio della buona notizia che è il Vangelo.
Durante le condivisioni e testimonianze alcune parole sono risuonate con decisione: famiglia e condivisione. La missione è stata occasione per coltivare nuove relazioni, per conoscersi in profondità tra compagni di viaggio e con le comunità da cui sono stati accolti. Incontri, dialoghi e condivisioni che nella loro essenzialità di non avere una lingua comune con cui comunicare, hanno fatto toccare con mano la bellezza dell’umanità di ciascuno e mettere in atto un linguaggio che non conosce confini e culture.
Desideriamo così condividere, anche con voi, come ciascun gruppo di giovani si sia sentito a casa, in famiglia, perché queste esperienze hanno dato l’occasione a Dio di fare qualcosa di bello per loro.
“Qui per esserci non per fare”, è questo il messaggio che il percorso Viaggiare per Condividere ha lasciato a ciascuno di noi prima di partire verso le nostre destinazioni. Missione non è aiutare e agire presupponendo di avere qualcosa in più rispetto all’altro, è donare presenza, ascolto, mani da stringere, abbracci che scaldano, parole che danno speranza e annunciano la fede. La nostra “chiamata” ci ha portati a vivere un’esperienza di Missione in Africa, più precisamente a M’Banza Congo, in Angola. Qui, già dai primi giorni siamo stati accolti con un calore immenso dalla grande famiglia del centro di accoglienza Frei Giorgio Zulianello, fondato dallo stesso frate nel 2009. Questa realtà ospita bambini particolarmente vulnerabili, tra cui orfani, minori abbandonati, vittime di abusi o accusati di “feitiçaria”, ossia stregoneria, ritenuti responsabili della morte di un familiare.
Il senso di famiglia che si respira dentro i cancelli del centro è tanto grande che ci siamo subito sentiti di farne parte. Vivere le attività della mattina e i giochi del pomeriggio ci ha permesso di entrare in sintonia con tutti i ragazzi, di conoscerli e legarci profondamente a loro, nonostante l’ostacolo della lingua. Il loro affetto nei nostri confronti non dipendeva da quanto fossimo bravi con la lingua o nei giochi anzi, ognuno di noi portava ciò che era, la particolarità di ciascuno era per loro la vera ricchezza. Di riflesso ciò ci ha aiutato ad adottare questo stesso sguardo. Con il loro affetto ci hanno insegnato tanto più di ciò che noi potremmo insegnare loro: vivono con il nulla tra le mani, eppure sono disposti a donare anche questo nulla come segno di amore. Fuori da questa piccola isola di speranza, la povertà (o almeno quella che noi chiamiamo “povertà”), che per loro è quotidianità e normalità.
Sentire i bambini parlare di sogni e futuro ci ha provocato un uragano di domande: potranno mai esaudirli abitando in un Paese che già da piccoli li condanna a respirare la polvere sopra cui camminano o che per uscirne li porta a vivere un’odissea contro quella stessa società e quel sistema che li hanno portati al centro?
Abbiamo camminato sul ciglio della strada di M’Banza Congo circondati da case di mattoni e di soffitti di lamiera, senza porte, né finestre, tra un albero di mango e l’altro. Abbiamo visitato un villaggio nella campagna di M’Pangala e qui fatto esperienza del dono gratuito: alla fine della visita, pur non possedendo nulla, ci hanno lasciato un cesto colmo di arachidi, forse unico sostentamento di quelle stesse famiglie.
Nonostante l’ingiustizia di essere nati in un frammento “sfortunato” di mondo, scuote molto vedere che non manca mai in loro, in nessuno di loro, dal più piccolo al più anziano, la forza e la gioia di lodare e ringraziare Dio per la vita. Il loro grazie è come un lampo che squarcia il cielo lattiginoso delle giornate estive e ci ha insegnato ad amare senza riserva ciò che abbiamo e chi ci sta accanto come fosse un nostro irmão, fratello.
Adriano, Flippo, Giovanna, Ilaria, Roberta e Teresa
In generale, ogni esperienza abbatte inevitabilmente i nostri stereotipi, i nostri pregiudizi, cambiando il nostro modo di essere. Proprio per questo il Centro Missionario della diocesi di Padova, di solito, prima della partenza per la missione, prepara i suoi giovani per nove mesi circa; ed io ho fatto parte di questo gruppo.
Quando sono partito per l’Angola, assieme a fra Luca Zampieri, fra Rogério e altri sei ragazzi della diocesi di Padova, Adriano, Filippo, Giovanna, Ilaria, Roberta e Teresa, avevo l’idea di andare a insegnare quello che avevo imparato durante gli incontri “Viaggiare per Condividere”, ma è stato il contrario: altro che insegnare! Sono stato io a imparare molto sul senso della vita, specialmente riguardo al termine filosofico africano Ubuntu, che lì trova la sua applicazione reale tra i bambini. Si tratta di un’espressione che indica come una persona diventi pienamente umana attraverso la comunità, e come sia necessario avere umanità, rispetto, solidarietà e compassione verso gli altri. Si potrebbe esprimere il senso del termine Ubuntu così: “Io sono perché noi siamo”.
A questo proposito, mi ha profondamente colpito vedere bambini che, pur sapendo di non avere molto, sanno condividere un pezzettino di pane (cosa che, spesso, alcuni che hanno molto di più non fanno). Personalmente in questa esperienza ho avuto anche la grazia di parlare con alcuni ragazzi e ragazze del Centro. Avevano un profondo bisogno di essere ascoltati e di condividere le loro proprie storie di vita, così ricche e complesse. Non ho trovato parole magiche: ho cercato di motivarli e dire loro che Dio li accompagna ed è presente nel loro cammino. Sapendo che questo non basta, li ho anche incoraggiati a studiare e a custodire i propri desideri, ricordando un’espressione del discorso che papa Francesco ha rivolto ai giovani: «non lasciatevi rubare i vostri sogni e la vostra speranza». Con queste parole li ho esortati ad avere coraggio, ad essere sempre fiduciosi che Dio è presente nella loro vita e mai abbandona i suoi figli.
Ricapitolando concisamente quanto detto, sono tre le parole importanti con cui potrei esprimere ciò che mi ha colpito al cuore durante tutto il periodo trascorso presso il Centro: la prima è alterità, che mette in luce l’importanza della valorizzazione reciproca di tutti i bambini; la seconda è condivisione, che descrive un gesto semplice, ma capace di trasformare radicalmente il nostro modo di vivere; infine, gratitudine, nella consapevolezza che ogni cosa è dono e grazia di Dio.
I ragazzi del Centro mi hanno mostrato che si può gioire semplicemente perché l’altro c’è: non perché dia o faccia qualcosa, ma semplicemente perché c’è. E così, come i bambini riconoscono che la presenza dell’altro è un dono e motivo di gratitudine, anch’io vorrei ringraziare Dio e tutti i bambini del Centro che, con la loro gioia, semplicità e visione “ubuntica”, mi hanno aiutato a riflettere profondamene sulla mia stessa prospettiva esistenziale.
M’banza Congo, agosto 2026
Fra Hortêncio Ernesto João
Nel mese di agosto, grazie al progetto di Viaggiare per Condividere promosso dalla Diocesi di Padova, siamo partite con destinazione Brasile, dove abbiamo avuto l’opportunità di conoscere il Centro di Convivenza delle Suore Dorotee a Grajaú, nella periferia di San Paolo.
In queste settimane ci siamo immerse nella quotidianità di Suor Roxana, Suor Mariangela e Suor Berthine, che ogni giorno lavorano offrendo protezione e aiuto, attraverso il Centro di Convivenza, a tutti quei ragazzi che vivono in un contesto di periferia caratterizzato da droga, abusi, violenza e povertà.
Il centro è frequentato da circa 190 ragazzi, divisi in due turni, che ogni giorno non hanno fatto altro che dimostrarci gioia e affetto, nonostante nel loro privato quasi tutti abbiano vissuto situazioni difficili.
Durante la nostra permanenza abbiamo avuto anche la possibilità di essere accolte e vivere la quotidianità di una famiglia del posto. Con loro abbiamo condiviso momenti semplici, pasti, preghiere e giornate insieme, scoprendo quanto l’accoglienza, la generosità e l’affetto possano andare oltre le differenze di lingua e cultura. Ci siamo sentite parte della loro famiglia e questo ci ha permesso di conoscere il Brasile non solo attraverso il servizio al centro, ma anche attraverso la vita di tutti i giorni.
Questa esperienza ci ha fatto comprendere come la presenza di Dio sia essenziale e come si manifesti attraverso il lavoro, la dedizione e l’amore che ogni giorno dimostrano Suor Roxana, Suor Mariangela e Suor Berthine, che, nonostante le difficoltà, attraverso la loro luce permettono ai ragazzi del centro di vivere la loro infanzia e la loro adolescenza in maniera spensierata il più a lungo possibile.
Siamo profondamente grate per il lavoro che fanno qui a Grajaú e sapere che questi bambini possono contare sempre su di loro, che sia per un abbraccio, un sorriso o qualche parola, ci riempie di amore e speranza.
Speriamo di tornare presto e di rimanere in contatto con questa splendida realtà.
Grazie a chi ci ha permesso di vivere questa esperienza.
Silvia e Lucia
Lo sguardo che cambia la Missione: scoprire la ricchezza nell’accoglienza
Eccoci qua, di ritorno da un mese intenso e indimenticabile trascorso in Ecuador insieme alle suore Salesie. Siamo entusiaste e grate di essere state proprio noi ad aprire le porte a questa missione così meravigliosa, con la speranza e l’augurio sincero che possa continuare a crescere e a portare i suoi frutti in tutti i paesi in cui è presente.
Un’esperienza così profonda non si improvvisa: è stata il frutto prezioso del percorso “Viaggiare per Condividere”, promosso dal Centro Missionario Diocesano di Padova, che ci ha preparate e accompagnate a guardare il Mondo con occhi nuovi prima ancora di metterci in cammino.
Eppure, confrontandoci tra noi al rientro, ci siamo accorte di quanto il nostro immaginario iniziale fosse legato a una certa idea di “vera” missione: pensavamo alla povertà più estrema, al dormire per terra, al poco cibo. Ma la realtà vissuta accanto alle suore Salesie e alle comunità locali ci ha sorprese e spiazzate.
Lungo il nostro cammino abbiamo avuto la fortuna di conoscere da vicino le straordinarie comunità di San Pablo del Lago, Apuela e San Gabriel, oltre alla forte realtà del Comedor e della gioia della Casa Leonati ad Ibarra. Nelle case e nelle strutture che ci hanno accolte non abbiamo trovato la miseria che ci aspettavamo, ma una dignità e una generosità disarmanti. Le persone del posto e le famiglie indigene ci hanno trattate come ospiti d’onore, regalandoci la massima accoglienza e gentilezza, offrendo quel poco o quel tanto che avevano con profondo orgoglio.
Proprio negli sguardi commossi di chi nel Comedor ad Ibarra ci ha parlato con amore della propria terra, nella gioia e curiosità degli animatori al grest, nella dignità del cibo servito a tavola, nella generosità delle famiglie e nella presenza luminosa e materna delle suore Salesie che ci hanno aperte all’accoglienza, abbiamo incontrato Dio.
Custodiremo per sempre nel cuore tutte le persone che abbiamo incontrato e che ci hanno aperto le porte delle loro vite, facendoci sentire a tutti gli effetti parte della loro famiglia.
Abbiamo capito che la Missione non è soltanto “andare ad aiutare”, ma è saper condividere e immedesimarsi nello sguardo dell’altro. La nostra fatica più grande non è stata materiale, ma interiore: immedesimarci nei limiti, comprendere mentalità e contesti sociali lontani dai nostri, e superare il senso di confronto con le aspettative del viaggio.
Ma che Missione sarebbe se fossimo noi a decidere dove andare e come vivere? Abbiamo scoperto che anche condividere la bellezza, la ricchezza di questo mondo e delle persone che lo abitano è pura Condivisione. Anzi, forse non saremmo in grado di portare il peso di ciò che è troppo distante da noi.
Torniamo a casa con il cuore colmo di gratitudine per questo viaggio ricco ed emozionante che, non solo ha trasformato la nostra visione della Missione, ma ci ha unite profondamente, creando tra noi un’amicizia bellissima e fortissima. Un cammino nato nei mesi di preparazione a Padova e fiorito in Ecuador, che ci ricorda che notare la ricchezza dell’altro ed elogiare il bene ricevuto è già, a tutti gli effetti, Missione.
Anna, Chiara, Marta, Martina e Silvia
Sono arrivata nelle Filippine dall’Italia, assieme a Elisa e Giovanni, pronta a trascorrere due settimane con le Sorelle della Nostra Signora del Calvario. Prima di partire, avevo immaginato una missione circondata da palme e natura. Invece, mi sono ritrovata nel cuore di Metro Manila, nel quartiere di Payatas: una realtà urbana molto diversa da quella che mi aspettavo e ancora più lontana dalla mia vita quotidiana.
La vita a Payatas è profondamente condizionata dalla precarietà del lavoro, da un’economia strettamente legata ai rifiuti e persino dalle condizioni meteorologiche. Eppure, ciò che mi ha colpita maggiormente è stato il forte senso di comunità, accoglienza e condivisione che abbiamo incontrato ovunque. Lo abbiamo sperimentato in modo particolare quando ciascuna di noi ha trascorso una notte presso una famiglia del posto: abbiamo condiviso il cibo che avevano preparato, parlato per ore e dormito nelle loro case mentre la pioggia del tifone batteva incessantemente sui tetti di lamiera. Quella sera siamo state semplicemente ospiti, accolte nella loro quotidianità, non eravamo lì per fare qualcosa per qualcuno.
Durante il nostro soggiorno abbiamo avuto l’opportunità di conoscere da vicino alcuni dei progetti sostenuti dalle Sisters. Al CCA – acronimo di “Child Care and Accompaniment” – ogni mattina una piccola cappella si trasforma in un luogo di cura e comunità. Grazie alle donazioni, viene acquistato il cibo al mercato locale e le mamme della comunità si alternano nella preparazione dei pasti per i bambini, tra cui, in molti casi, anche i propri figli. Preparano un pasto completo e i bambini ricevono anche latte e vitamine. Nel frattempo, c’è spazio per giochi, canti, balli e attività educative. È un progetto semplice e molto concreto, ma riflette qualcosa che abbiamo sperimentato in tutta Payatas: chi riceve sostegno può, allo stesso tempo, essere colui che si prende cura degli altri.
Lo stesso impegno per un sostegno a lungo termine si ritrova nel programma di borse di studio Building the Future Together (BFT). Attraverso il BFT, i donatori accompagnano bambini e ragazzi lungo tutto il loro percorso educativo, dalla scuola primaria fino all’università, contribuendo alle spese scolastiche, ai materiali didattici e alle necessità mediche di base. Incontrare questi studenti e ascoltare i loro sogni di diventare insegnanti, avvocati e professionisti è stato particolarmente significativo per me. Abbiamo anche riso insieme parlando di esami, studio e di tutte quelle preoccupazioni che sembrano accomunare gli studenti di ogni parte del mondo. Essendo anch’io insegnante, questa esperienza ha rafforzato una delle mie convinzioni più profonde: l’educazione può essere un potente percorso verso l’indipendenza e uno strumento per costruire il proprio futuro.
Dietro questi progetti ci sono le relazioni che li mantengono vivi. Intorno alle Sisters abbiamo incontrato la Calvarian Family: famiglie che condividono il loro carisma e che, pur trovandosi spesso ad affrontare a loro volta situazioni difficili, offrono il proprio tempo e le proprie energie per sostenere gli altri. E nelle Sisters stesse abbiamo visto prendere vita la loro chiamata a “essere madri per gli altri”. Sono presenze materne e accoglienti, punti di riferimento fidati per bambini e ragazzi. Li sostengono, li ascoltano, ridono e scherzano con loro e condividono un affetto autentico che, in alcuni casi, le rende quasi dei secondi genitori.
Prima di lasciare l’Italia avevo scritto che una delle mie sfide più grandi sarebbe stata imparare a “essere”, anziché sentire sempre il bisogno di “fare”. A Payatas, persino i giorni in cui il tifone ci ha costrette a fermarci e le attività sono state cancellate mi hanno insegnato il valore del semplice stare insieme: condividere la quotidianità delle Sisters, pregare, ascoltare e scambiarsi storie.
Torno a casa con una convinzione ancora più forte nel valore dell’educazione, ma anche con una comprensione più profonda di cosa significhi essere presenti gli uni per gli altri. A Payatas ho conosciuto una comunità in cui l’aiuto non è un gesto a senso unico: le persone ricevono sostegno e, a loro volta, offrono agli altri il proprio tempo, la propria cura e la propria presenza. L’ho visto nelle Sisters, nella Calvarian Family, nelle mamme che cucinano per i bambini e nelle famiglie che ci hanno accolte nelle loro case. Soprattutto, porto con me il valore dell’esserci gli uni per gli altri, condividendo ciò che abbiamo e camminando accanto agli altri. Sono profondamente grata alle Sisters e a tutte le persone di Payatas che ci hanno aperto le porte della loro quotidianità e ci hanno permesso, anche solo per un breve periodo, di diventare parte della loro comunità.
Anna
(∂+m)ψ=0
“Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
Questa è l’equazione di Paul Adrien Maurice Dirac, una delle più belle della storia della fisica. Prendendo questo principio ed applicandolo agli esseri umani il significato diventa:
“Se due persone interagiscono tra loro per un certo tempo fino all’instaurarsi di sentimenti di amicizia o di amore e poi vengono separate, esse non possono essere definite come persone distinte ma, in qualche modo diventano un’unica persona, (un unico sistema). Dunque, ciò che accade a una di loro continuerà per sempre ad influenzare l’altra, anche se distanti chilometri o anni luce”.
E non trovo parole più adatte per descrivere quanto provo dopo aver vissuto ed “interagito” con quei sorrisi, con quegli sguardi, con quella terra, con quella cultura.
Ho sempre pensato che “andare in missione” volesse dire donare, dare e fare qualcosa per gli altri, ora sento invece che significa accogliere, ricevere e “stare”.
È difficile distinguere ciò che più mi ha colpita o segnata, ma è certo che respirare quell’umiltà, quella serenità e quella disponibilità costanti e mai stanche di condividere mi hanno aperto gli occhi e il cuore a ciò che veramente significa vivere e amare.
Non sono mancati i momenti difficili, le difficoltà e a volte anche le lacrime di fronte alle scarse comodità nelle abitazioni, alle carenti condizioni igieniche e alla forte disparità di genere che inizialmente, ammetto, mi hanno fortemente provata. Ma che da una iniziale barriera e giudizio, mi hanno portata poi ad apprezzare e a valorizzare quanto prima ritenevo scontato o quotidiano. Cerco ora di evitare lo spreco, di guardare con occhio umile e rispettoso anche quel comportamento finora ritenuto “diverso”, tentando di capirne o comprenderne le ragioni senza giudicare.
Custodisco lo sguardo di ogni bambino, di ogni ragazzo e di ogni persona anche solo incrociata, le loro differenti voci e tonalità nel salutare con il loro “Aloh Kende” e le risate alla nostra tentata risposta.
Conservo la grinta, la gioia e anche l’insistenza nel volerci accogliere, nel donarci sempre qualcosa per riconoscenza, la loro forza e il loro essere instancabili nel lavoro, nel dovere e nella loro fede profonda.
Il loro essere così limpidi, tranquilli, con quel ritmo pacato e rilassato mi ha insegnato a lasciare andare, a vivere me stessa con più dedizione e con meno frenesia.
Il ritorno “alla realtà” e alla routine è stato e tutt’ora è a volte faticoso, quasi surreale, ma cerco di vivere costantemente quella connessione e quella povertà nell’animo e nel concreto.
L’aver vissuto questa esperienza, questa missione con Alessio e Francesca, l’aver “interagito con quel sistema, con quei volti, con quelle persone, continuerà per sempre ad influenzarmi, anche se sarò distante chilometri o anni luce”.
Irene
Todos Irmaos, Fratelli Tutti. Questo è il nome del progetto di Boane dove assieme a Giovanni, Linda, Matilde e Luca, abbiamo vissuto la nostra esperienza di missione, ma è anche lo spirito di chi lo abita: volontari e persone del luogo che, ogni giorno, si impegnano per la costruzione e la difesa di un ideale comune.
Il progetto si svolge in un piccolo paese di nome Boane, nella provincia di Maputo, e comprende attualmente un centro di accoglienza per bambini, un ambulatorio pediatrico e alcune strutture destinate all’accoglienza dei volontari provenienti da tutta Italia. Durante tutto l’anno c’è un continuo avvicendarsi di volontari, missionari e medici che si danno il cambio per aiutare Fra Luca Santato nella gestione del centro.
Il luogo è interamente dedicato ai bambini. Molti di loro conoscono a memoria la strada che dalla loro casa porta al centro e vi si recano ogni giorno dopo la scuola. Qui trovano giochi con cui divertirsi insieme e, il lunedì e il mercoledì pomeriggio, anche alcune maestre locali volontarie che tengono lezioni di portoghese e inglese per i bambini più piccoli e più poveri, che spesso non possono permettersi la divisa necessaria per andare a scuola.
Qui i bambini imparano a scrivere e a contare, ma imparano anche a giocare insieme e a condividere. Imparano le regole fondamentali dello stare con gli altri e, attraverso la quotidianità, imparano a superare quell’istinto di prevaricazione sul più debole, affinché un domani possano crescere e contribuire a costruire una società più giusta e solidale.
L’ambulatorio pediatrico, il “Centro de Saúde São Lucas”, grazie alla collaborazione tra pediatri italiani e locali, offre visite e medicine gratuite a tutti i bambini.
C’è poi un secondo luogo che è diventato protagonista della quotidianità dei volontari del progetto: il campo profughi di Estevèl situato a pochi chilometri dal centro. Questa realtà è abitata da persone sfollate provenienti da aree colpite da alluvioni e da altre situazioni di emergenza. Vi sono anche persone provenienti da Paesi vicini, come il Malawi, e dal nord del Mozambico, dove la situazione di sicurezza è particolarmente difficile. Qui molte famiglie vivono in condizioni estremamente precarie, in accampamenti senza elettricità e senza accesso all’acqua potabile. Ogni mercoledì i medici del Centro de Saúde si recano al campo per offrire visite pediatriche gratuite, mentre il giovedì i volontari animano il pomeriggio con canti e giochi per i bambini e offrono loro una merenda.
Il progetto “Todos Irmaos” è, prima di tutto, un progetto di incontro.
Il primo incontro è quello tra noi volontari italiani, che ci rechiamo a Boane per vivere un’esperienza di missione, e i volontari locali: ragazzi e ragazze dai 16 ai 24 anni, residenti a Boane, che scelgono di dedicare una parte del loro tempo alle attività del centro. Per noi il loro aiuto è stato fondamentale. Ci hanno aiutato a relazionarci con i bambini, a comprendere le situazioni che ci trovavamo davanti e, soprattutto, a conoscere la cultura e la realtà del luogo. Allo stesso tempo, per loro, incontrare i volontari italiani significa aprire una finestra su un mondo al di fuori del proprio Paese: un’occasione per conoscere, confrontarsi e, forse, anche per smentire alcuni preconcetti sul mondo occidentale.
L’incontro con i bambini è stato il cuore della nostra esperienza missionaria a Boane. È ciò che, personalmente, ho sentito più vicino all’incontro con un’umanità vera, concreta, senza sovrastrutture. I bambini sembrano aver intuito qualcosa del segreto della felicità: non si vergognano del proprio corpo e dei propri bisogni, non hanno paura di mostrare ciò che provano e sanno riconoscere, quasi immediatamente, la bontà di chi hanno davanti. Si prendono cura gli uni degli altri. Certo, a volte litigano, come fanno tutti i bambini, ma poi fanno subito pace e sembrano dimenticare il motivo per cui hanno litigato.
Non credo che sappiano di essere poveri. Anzi, mi è sembrato che sappiano di non essere poveri nel senso più profondo della parola. Perché la vera ricchezza, forse, sta nell’affetto di chi ci sta attorno: degli amici, dei fratelli, dei volontari del centro che li accolgono sempre a braccia aperte e dei genitori che, con ogni risorsa a loro disposizione, li fanno sentire amati.
Purtroppo, però, lì come in ogni altra parte del mondo, non tutti hanno la stessa fortuna. Per questo Fra Luca ha già avviato, ed è ormai vicino a completare, la costruzione di un orfanotrofio a Boane, che a inizio 2027 accoglierà i primi bambini. Sempre nel 2027 è prevista la costruzione di un asilo, per rendere ancora più accessibile quel diritto fondamentale all’istruzione, e di un pozzo nel campo profughi di Estevèl, altrettanto importante per migliorare le condizioni igienico-sanitarie dei suoi abitanti
Abbiamo vissuto un tempo prezioso, è stato un tempo che ci siamo regalati, un tempo di incontro e di conoscenza di una realtà e di una cultura diverse dalla nostra, che altrimenti forse non avremmo mai avuto l’occasione di conoscere. Ma ho imparato anche che fare missione significa avere l’umiltà di riconoscere che non siamo noi a sapere, prima di partire, di cosa abbiano bisogno gli altri.
Partire significa anche lasciarsi sorprendere dalla realtà. Significa arrivare senza un progetto già scritto nella propria testa, incontrare le persone, conoscere il luogo e ascoltare, per capire che cosa sia davvero necessario. E, a volte, scoprire che ciò che possiamo offrire è diverso da ciò che pensavamo.
Concludo questa testimonianza con un invito. Un invito a partire per conoscere.
Non pensate che la missione sia qualcosa riservato ai giovani. Quest’estate, insieme a noi, c’erano volontari italiani dai 18 ai 70 anni, ognuno con la propria storia e le proprie motivazioni. Non credo esista un’età giusta per partire, così come non credo esista un modo giusto per vivere un’esperienza di missione. Esiste semplicemente il momento in cui sentiamo il desiderio di uscire da ciò che conosciamo, di metterci in gioco e di incontrare una realtà diversa dalla nostra, non attraverso ciò che ci è stato raccontato, ma vedendola con i nostri occhi. Come direbbe Papa Francesco: “Non abbiate paura”. Non abbiate paura di partire, di scomodarvi, di fare domande. Ma, soprattutto, non abbiate paura di incontrare l’altro, che sia lontano o che sia qui accanto a noi.
Perché quando incontriamo davvero l’altro, spesso scopriamo che non stiamo incontrando qualcuno di così diverso da noi. Stiamo incontrando, semplicemente, la nostra stessa umanità.
Perché, alla fine, siamo Todos Irmaos. Tutti Fratelli.
Federica
Dopo aver vissuto un anno di percorso “Viaggiare per Condividere”, l’8 di agosto siamo partiti per la Thailandia. Il viaggio è iniziato subito in salita: a causa di problemi meteorologici ci siamo ritrovati bloccati più del previsto a Shanghai, dove avevamo lo scalo. Questo imprevisto ci ha aiutato a conoscerci fin da subito e ha creato una bella sintonia nel gruppo. Non vedevamo l’ora di arrivare!
Molto stanchi, ma felicissimi, siamo finalmente atterrati a Bangkok, dove ci aspettava don Raffaele Sandonà. Con lui abbiamo avuto la possibilità di vedere la duplice faccia di questa città: da un lato lo sfarzo dei negozi di lusso e le crociere, dall’altro uno stile di vita molto più semplice e povero. Questa diversità a così pochi metri di distanza ci ha fatto riflettere molto e ci ha fatto capire come la ricchezza non sia distribuita equamente, ma sia concentrata nelle mani di poche persone.
Dopo questa breve permanenza nella capitale, abbiamo viaggiato verso la provincia di Lampang: la nostra destinazione finale è stata Chae Hom, dove siamo stati accolti nel centro “Regina Pacis” da don Bruno Rossi e dai ragazzi che lavorano e collaborano al progetto della missione.
Sin da subito siamo rimasti colpiti dalla loro gentilezza e premura, facendoci percepire che eravamo attesi e mostrandoci il loro affetto con tante piccole attenzioni nei nostri confronti.
La caratteristica principale di questa missione è la produzione di caffè, tè e cioccolato. Il progetto “Laudato Sì” gioca un ruolo centrale: l’economia circolare legata a questi prodotti consente di sostenere i coltivatori locali, dai quali viene acquistata la materia prima, che viene poi lavorata all’interno del centro “Regina Pacis”. I prodotti finiti vengono infine venduti al popolo thai.
Grazie a queste attività, le persone che lavorano al centro riescono a sostenersi e a mettere da parte qualche risparmio. Anche in questo si riflette un senso di circolarità, offrendo loro un’importante opportunità di riscatto e di inserimento nella società.
Durante la nostra permanenza, insieme a don Bruno abbiamo avuto la bellissima opportunità di incontrare due tribù nei loro villaggi, in mezzo alle foreste delle montagne del nord.
Quello che ci ha colpito maggiormente è la presenza di una chiesa in entrambi i villaggi, nonostante la loro posizione estremamente isolata. Qui abbiamo toccato con mano come la Parola di Dio non abbia confini né limiti di alcun tipo.
Abbiamo potuto gustare la bellezza della loro fede, molto più giovane della nostra, e, forse proprio per questo, incredibilmente fervida.
Siamo molto grati al Signore e a tutte le persone che ci hanno accompagnato in Italia e in Thailandia per quanto vissuto e ricevuto.
Alessia, Irene, Francesca, Francesco e Martina

















