La persecuzione dimenticata dei Rohingya

La storia dei Rohingya è una delle più complesse e dibattute del sud-est asiatico. Questo gruppo etnico, prevalentemente musulmano, risiede nel Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh. Ed è proprio qui, nei campi profughi, che trovano rifugio oltre un milione di Rohingya sfollati, da una parte, dalla guerra civile che da 5 anni si combatte in Myanmar, e dall’altra da una persecuzione storica interna al Paese che li identifica come stranieri nella propria patria.  

Questa popolazione rimane una delle più perseguitate e dimenticate al mondo.


250 persone disperse in mare

È notizia di pochi giorni fa il naufragio di una imbarcazione con 250, forse 300, persone a bordo, disperse nel Mar delle Andamane, nell’Oceano Indiano. Il peschereccio, che si è ribaltato probabilmente a causa del forte vento, del mare agitato e del sovraffollamento, era partito da Teknaf, nel distretto di Cox’s Bazar, nel Bangladesh meridionale, ed era diretto in Malaysia. A bordo uomini, donne e bambini, cittadini del Bangladesh, ma soprattutto rifugiati Rohingya in fuga dal campo profughi alla ricerca di condizioni di vita migliori.

Questa tragedia mette in luce il devastante costo umano degli sfollamenti prolungati e la continua assenza di soluzioni durature per i Rohingya”, si legge in un comunicato rilasciato dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni.

La crescente disperazione dei Rohingya, minoranza perseguitata del Myanmar, costringe sempre più persone a tentare questi viaggi di fortuna, a rischio della vita, verso Malesia, Thailandia e addirittura Indonesia, dal momento che le condizioni di vita nei campi profughi sono sempre più precarie e un ritorno in patria sempre più lontano.

 

56 anni di dittatura militare

Incastonato tra India, Cina e Thailandia, il Myanmar conta 57 milioni di abitanti e si estende su una superficie di poco più di 650 mila chilometri quadrati, con un PIL pro capite di appena 1.468 dollari americani. Sono ben 135 le etnie riconosciute dalla costituzione, anche se i principali gruppi etnici sono 8, di cui il 68% è rappresentato dall’etnia Burma, da cui deriva il nome Birmania. L’88% della popolazione è buddista.

Nel 1948 il Paese, all’epoca ancora Birmania, ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito e da allora si sono succedute ben 4 dittature militari per un totale di 56 anni su 78 di storia. L’ultima guerra civile, ancora in atto, è scoppiata nel 2021 in seguito all’ennesimo colpo di stato, che ha fatto incarcerare, tra gli altri, anche il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Autore del golpe: il generale Min Aung Hlaing, l’attuale presidente e capo di governo del Myanmar, appena eletto attraverso elezioni giudicate prive degli standard minimi di libertà ed equità. In questi 5 anni, le proteste di massa contro il potere militare sono state represse con brutalità e violenza senza precedenti, interi villaggi sono stati rasi al suolo: si stimano oltre 90.000 vittime tra militari e civili, più di 30.000 persone incarcerate, oltre 3 milioni di sfollati. Come se non bastasse, il 28 marzo 2025 un terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito il Paese: le bombe hanno continuato a cadere e a fare morti, anche durante i soccorsi.

 

La persecuzione dei Rohingya

L’attuale rafforzamento dell’autorità militare del Myanmar fa pensare, purtroppo, a un ulteriore intensificarsi della guerra. Sul neoeletto presidente Min Aung Hlaing pende dal 2024 il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità nei confronti dei Rohingya.

Le persecuzioni di questa minoranza musulmana hanno radici lontane, che passano per continui flussi migratori nel corso dei secoli tra Myanmar e Bangladesh e un periodo di colonialismo britannico che li allontana dalla popolazione birmana, che comincia a identificarli come stranieri.  Il punto di svolta drammatico avviene nel 1982 quando la nuova legge sulla cittadinanza non include la loro etnia tra quelle riconosciute ufficialmente, rendendoli di fatto apolidi. Da quel momento, vengono privati dei diritti fondamentali: libertà di movimento, accesso all’istruzione superiore e diritto al lavoro. Tra alti e bassi, nel 2017 l’etnia vive la fase forse più violenta: oltre 700.000 persone in pochi mesi fuggono in Bangladesh, stabilendosi nel campo profughi di Cox’s Bazar, oggi il più grande al mondo.

Dal 2021 la situazione è ancora una volta precipitata. Lo Stato del Rakhine dove vivevano gli ultimi Rohingya è diventato il campo di battaglia principale tra l’esercito e gruppi ribelli etnici. Intrappolati tra i due fuochi, i Rohingya sono stati torturati e uccisi, utilizzati come scudi umani, o reclutati forzatamente dall’esercito.

 

Nel campo profughi più grande del mondo

Oggi le condizioni di vita per la minoranza dei Rohingya rimasti in Myanmar sono ai limiti della sopravvivenza, spesso in campi per sfollati interni con restrizioni severissime. Oltre un milione di profughi vive in condizioni altrettanto precarie in Bangladesh, dipendendo totalmente dagli aiuti internazionali, che la giunta militare continua sistematicamente a bloccare. I Rohingya continuano a non avere documenti di identità, il che impedisce loro di muoversi liberamente, accedere agli ospedali o mandare i figli a scuola.

Le condizioni di vita nei campi sono estremamente dure. Le tende e le strutture provvisorie offrono una protezione minima da monsoni e inondazioni; il sovraffollamento, l’accesso ad acqua potabile, cibo e servizi igienici fortemente limitato causano la diffusione rapida di malattie infettive, sono presenti focolai di epatite C, dengue e chikungunya, mentre generazioni di bambini crescono senza poter frequentare scuole riconosciute. Tutto questo associato alla costante incertezza sul futuro crea una pressione psicologica enorme, un senso di angoscia e frustrazione, nonostante la comunità cerchi di mantenere attive le reti di supporto reciproco e piccole iniziative comunitarie.

 

Ristabilire la libertà politica e la giustizia sociale

Unibo Magazine ha intervistato Thurein, attivista birmano appartenente a una minoranza etnica e religiosa, oggi ricercatore all’Università di Bologna grazie al programma Scholars at Risk, che ogni anno offre rifugio e assistenza a oltre trecento studiose e studiosi minacciati in tutto il mondo. Il suo impegno per libertà e giustizia e il desiderio di contribuire a un futuro migliore per il Paese prese forma quando nel 2007, mentre era al liceo, partecipò a una manifestazione con i monaci buddisti. La repressione dei militari fu durissima e la sparatoria che avvenne davanti ai suoi occhi gli fece capire che avrebbe dovuto agire per cambiare le cose. Il primo contatto con la minoranza dei Rohingya avvenne nel 2017 proprio quando l’etnia viveva una delle più gravi crisi umanitarie dei tempi recenti.

È necessario rifiutare le elezioni farsa del 2025-2026, imporre un embargo sulle armi e limitare l’accesso al carburante per l’aviazione per fermare i bombardamenti aerei contro i civili, applicare sanzioni mirate contro le imprese dell’esercito e ottenere la completa rimozione dei militari dal potere” afferma, e occorre far conoscere la situazione del Myanmar e dei Rohingya al mondo, se è vero che una delle cose più scoraggianti è “notare che molte persone non sanno cosa sta accadendo in questo Paese”.

Se dovesse riassumere in una frase cosa significa progredire, “fiorire”, per Lei e per il popolo birmano, cosa direbbe?” chiede l’intervistatore infine.

Risponde: “Fiorire significa ristabilire la libertà politica, la giustizia sociale e le condizioni in cui comunità diverse possano vivere con dignità e con pari diritti.

https://magazine.unibo.it/it/articoli/fra-diritti-umani-e-ricerca-il-percorso-di-thurein-dal-myanmar-verso-il-futuro

 

A cura di Elena Cogo

* foto di persone Rohingya in campo profughi, UN Women/Allison Joyce @Flickr