La guerra dei droni a Kordofan – Sudan

Continuiamo il nostro itinerario tra le guerre dimenticate e i drammi di cui quasi nessuno parla. Siamo in Sudan, il paese più vasto dell’Africa, che si estende su un’area di due milioni e mezzo di chilometri quadrati. Conta 25 milioni di abitanti, suddivisi in 600 gruppi etnici che parlano oltre 100 lingue diverse.

Il conflitto di potere iniziato a Khartoum nell’aprile 2023 ha raggiunto il Kordofan, regione finora ai margini dei combattimenti, considerata un rifugio per oltre un milione e mezzo di profughi. Qui i droni arrivano silenziosi e senza preavviso, colpiscono indistintamente militari e civili, scuole e ospedali. E ogni esplosione brucia tutto quello che incontra.


200 mila vittime, 15 milioni di sfollati

Fa un effetto straniante raccogliere storie di morte in un luogo come i Monti Nuba” – scrive Marco Trovato in un reportage esclusivo pubblicato nella Rivista Africa che ci fa entrare nel conflitto che ha investito il territorio del Kordofan. Qui dove “tutto suggerisce equilibrio, armonia, continuità. Una vita antica che sembra procedere secondo un ritmo proprio, immutabile, quasi fosse indifferente alla violenza degli uomini”. Eppure è proprio qui, nel cuore del Sudan, che da tre anni ormai si consuma una brutale guerra civile.

La storia di questa terra martoriata ha origini antiche, ma l’ultimo fatto risale ad aprile del 2023 alla caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir. Da allora a contendersi il potere sono due generali: il capo dell’esercito regolare che mantiene il controllo degli stati orientali e il leader delle Forze di supporto rapido (Rsf) che controlla tutti e cinque gli Stati del Darfur. Il Paese è spaccato in due e nel mezzo si trova la regione del Kordofan, ricca di petrolio e oro, e perciò ancora più cruciale per gli equilibri militari ed economici.

Il bilancio è spaventoso: 200 mila vittime accertate, 15 milioni di sfollati e 30 milioni di persone in condizioni di fame estrema. “La guerra non cancella l’armonia della natura – si legge su Africa – ma la attraversa, la contamina, rendendo ancora più crudele il contrasto tra ciò che appare e ciò che accade”.

 

La guerra dei droni contro ospedali, mercati e asili

Il volto del conflitto è cambiato e i nuovi protagonisti della guerra sono i droni, una minaccia costante e silenziosa, che colpisce senza preavviso. Nei villaggi, fosse profonde scavate nel terreno fungono da rifugio durante i bombardamenti, ma la gente non li sente arrivare e non ha nemmeno il tempo di mettersi al riparo.

I droni colpiscono indiscriminatamente obiettivi militari e civili. Due attacchi hanno preso di mira nei giorni scorsi i mercati di Abu Zabad e Wad Banda uccidendo 33 persone e ferendone una sessantina. A Dilling, nella zona meridionale, i bombardamenti di artiglieria e gli attacchi con i droni protratti per tutta la giornata del 5 marzo hanno causato 28 morti e 60 feriti, tra cui donne e bambini. Ad Al-Mojlad, nello Stato del Kordofan Occidentale, a poche decine di chilometri da Babanousa, un altro attacco con drone ha causato 18 morti.

Un altro drone ha centrato un’area affollata di operatori sanitari vicino all’ambulatorio di Kumo. Due esplosioni: 25 persone uccise nella prima, altre 23 nella seconda, tutte sepolte in una fossa comune. Un attacco all’ospedale universitario di al-Daein ha provocato la morte di 64 persone tra cui 13 bambini, 89 persone, compresi otto operatori sanitari, sono rimaste ferite. Senza contare che oltre a mietere vittime, queste esplosioni incendiano e distruggono tutto quello che colpiscono, mettendo fuori uso, come in questo caso, i reparti di pediatria, maternità e pronto soccorso dell’ospedale, servizi medici essenziali per la popolazione. Tra gli episodi più gravi, in dicembre 2025 un ospedale e un asilo di Kalogi sono stati colpiti dai droni causando 114 vittime di cui 63 bambini.

 

La peggiore crisi umanitaria del mondo

Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha affermato che gli aiuti umanitari faticano a raggiungere le zone colpite a causa dei combattimenti e ha definito la situazione come la “peggiore crisi umanitaria del mondo”.

In una nota il segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, Jan Egeland, ha scritto: “Stiamo nuovamente permettendo che le città siano ridotte alla fame e bombardate senza suscitare grande indignazione”. Rivolgendosi direttamente ai leader europei ha aggiunto: “Non potete separare le catene di approvvigionamento, i dibattiti sulla migrazione e i mercati globali dalle sofferenze che alimentano l’instabilità. Il costo dell’inazione non rimarrà confinato entro i confini del Sudan”.

In realtà gli attori esterni interessati al caso ci sono: dagli Emirati Arabi Uniti a Egitto e Turchia, fino a Russia, Cina e Stati Uniti. Come sottolinea la Rivista Africa, in misura diversa ma tutti purtroppo contribuiscono al proseguimento del conflitto, fornendo armi e appoggio politico, attratti dalle risorse che il territorio ha da offrire.

 

Eravamo civili. Uomini disarmati, donne, bambini

Questo nuovo conflitto fa male. Mi ferisce nel profondo – dichiara alla Rivista Africa padre Renato Kizito Sesana, missionario di 82 anni, da oltre 30 al fianco del popolo Nuba – Perché penso a quei bambini, a quelle persone colpite dalla violenza cieca che ha sconvolto le loro vite: magari le avevo incontrate l’ultima volta che ero passato di qui, mi avevano salutato, avevano sorriso. Sentire quel legame spezzato è doloroso”.

Amir Babikir Atajir è uno dei pochi sopravvissuti all’attacco nei pressi dell’ambulatorio di Kumo. “Ho perso molti amici. Io sono vivo, per questo dicono che sono stato fortunato. Ma non so perché ci abbiano colpiti. Eravamo civili. Uomini disarmati, donne, bambini. Non eravamo soldati. Non eravamo al fronte. Questa è la guerra”.

 

Un Paese minato

Anche quando i rumori della guerra tacciono e i droni smettono di bombardare, gli ordigni esplosivi celati nel suolo continuano a uccidere.

In Sudan 14 milioni di persone rischiano la vita a causa di ordigni esplosivi. Ne ha parlato Sediq Rashid, responsabile del programma antimine delle Nazioni Unite (Unmas): “Gli ordigni esplosivi sono presenti nelle abitazioni, sulle strade, nelle scuole e negli ospedali”.

Il problema interessa le regioni del Kordofan, dove i combattimenti hanno lasciato un’elevata contaminazione da esplosivi, ma anche il Darfur, in particolare El Fasher. Anche nella capitale Khartoum esistono campi minati che impediscono alle famiglie di rientrare nelle proprie case.

Gli ordigni ostacolano tra l’altro anche le operazioni umanitarie, l’accesso e la distribuzione degli aiuti alle popolazioni.

 

La resilienza delle donne del Sudan

Stupro, tortura, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani, detenzione arbitraria, rapimento e assassinio. Sono gli abusi di cui sono vittime le donne da quando è scoppiato il conflitto in Sudan. Come se non bastasse, il codice penale islamista modellato sulla shari‛a prevede la fustigazione pubblica e altre pene corporali, ad esempio per le donne trovate senza velo. Riporta Nigrizia che, in questi giorni, due accusate di adulterio sono state condannate a morte mediante lapidazione, secondo una norma finora raramente applicata, ma prevista dal codice. Edem Wosornu, direttrice del dipartimento per la risposta alle crisi di OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, parla di “crisi nella crisi”.

Eppure, sono proprio le donne sudanesi che, in questo ambiente ostile, riescono a reinventarsi e a ricavarsi nuovi ruoli come imprenditrici e leader comunitarie, dimostrando così una straordinaria capacità di resilienza.

Molte hanno avviato attività di piccola produzione alimentare e artigianale o si sono lanciate nel commercio al dettaglio, sfruttando anche le vendite online – si legge su Nigrizia – Alcune sono riuscite in breve tempo ad espandere le proprie attività, grazie anche al supporto economico della diaspora e alla solidarietà internazionale”. E sono sempre le donne a costituire la maggioranza dei volontari delle emergency room, le organizzazioni comunitarie informali che hanno tenuto insieme le comunità distribuendo cibo, cure mediche e supporto psicologico.

Secondo molti osservatori, questi cambiamenti stanno ridisegnando la percezione tradizionale del ruolo delle donne nella società sudanese. Non più soltanto vittime, sono viste sempre di più – anche dalla comunità internazionale – come partner attive nella gestione delle crisi e nei processi di ricostruzione”.

 

A cura di Elena Cogo