Convegno Missionario Giovani e Seminaristi – Misano Adriatico 2026.
Ogni tempo è missione! Questo il titolo del Convegno Missionario Giovani e Seminaristi (COMIGI) che si è tenuto a Misano Adriatico dal 30 aprile al 3 maggio 2026 ed ha visto la presenza di 270 partecipanti da tutta Italia. Il filo conduttore di questi giorni di testimonianze, laboratori, confronti e di festa l’ha fatto proprio il tempo attraverso il testo del libro del Qohelet: c’è un tempo per… ricordare, imparare, vivere, sognare e costruire. Grazie ai testimoni durante i vari momenti della giornata, gli aperitivi missionari, le meditazioni di P. Claudio Monge, i momenti di incontro e scambio tra giovani da tutto il territorio nazionale, ciascuno ha potuto riscoprire un tempo dove al centro non ci sono i mille impegni ed attività, ma le persone e le vite che si incontrano, un tempo scandito dalle relazioni che si intessono e che fanno gustare la presenza di Dio. Questa la missione con cui ciascun partecipante è tornato a casa.
Dalla Diocesi di Padova siamo partiti in 8 tra giovani e seminaristi per condividere questi giorni di convegno missionario. Durante la messa conclusiva di domenica 3 maggio con il vescovo di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, ci hanno raggiunto le famiglie Missio km0 per celebrare con noi la gioia della missione (tra di loro alcune famiglie missionarie fidei donum della nostra diocesi rientrate). Con questo respiro di Chiesa missionaria condividiamo alcuni pensieri di chi ha partecipato al convegno.
Le testimonianze dei partecipanti

L’esperienza del COMIGI è stata per me sorprendente. Mi aspettavo di trovare giovani desiderosi di scoprire che cos’è la missione; invece ho incontrato due grandi sorprese: la gioia di condividere esperienze missionarie, raccontare la propria storia e il desiderio di viverne ancora; e il confronto con quelli che inizialmente mi erano sembrati degli “intrusi”: i seminaristi.
Non avevo capito che il convegno dei giovani missionari era stato aggregato con il convegno dei seminaristi. I partecipanti a questi due eventi vivono sicuramente la fede in modi molto diversi e potrebbe sembrare una combinazione insolita. Probabilmente anche per questo è stata vincente. I dubbi e le domande che ci portiamo nel cuore e le scelte importanti che ci aspettano sono state un filo conduttore che ha permesso di metterci in discussione e di interrogarci su cosa siamo chiamati a fare.
Messo così potrebbe sembrare essere stato un fine settimana troppo serio e pesante, ma in realtà il convegno è stato vissuto in un contesto e in un clima di festa e di apertura. Il COMIGI è stato veramente una grande festa, come quelle in cui non si fa veramente tanto, ma in cui stare insieme, parlare e condividere il tempo diventa la cosa più bella. A coronare questo clima di condivisione ci sono anche state le testimonianze degli ospiti che hanno veramente scaldato il cuore. Al di là delle loro vite straordinarie, la cosa che più mi ha colpito è stata la devozione a realizzare i propri sogni. Cosa sono disposto a perdere per realizzarli? Quanto devo crederci davvero? Persone che hanno scelto di vivere la fede condividendo la propria vita con mondi ed esperienze diverse. Questa è la cosa che mi porto a casa di più di tutto dal COMIGI: oltre la bella esperienza di festa, oltre le molte riflessioni e condivisioni, oltre alla diversità di esperienze che sono intrinseche alla missionarietà: che sogno sono chiamato a realizzare ed essere?
Michele Cattelan
“C’è un tempo per… ” incontrarsi. Al Convegno Missionario Giovani e Seminaristi non solo si sono incontrarti i giovani dei cammini missionari delle diocesi italiane ma per i seminaristi è stato un tempo di formazione, incontro, preghiera e testimonianza dove la missione è Tempo soprattutto per stare con Dio. Aiutati dall’accoglienza degli amici seminaristi del seminario di Rimini, e dalla fraternità di altri fratelli in cammino come noi, ci siamo fermati sul nostro tempo “Kairos“, il tempo dove la relazione piena vissuta con Gesù è Vita. Padre Claudio Monge ci ha esortati al tempo del perdonare come primo modo per curare le nostre ferite ed entrare così in relazione con l’altro e con Dio. Ci sono piaciuti anche gli “aperitivi missionari” un tempo per ascoltare l’incontro con chi ogni giorno con la vita si fa missionario dell’annuncio di Cristo con umiltà e accoglienza. Grati per questi giorni di fede, annuncio e festa, torniamo con gioia a fare del nostro tempo l’incontro con Gesù che ha cambiato la nostra vita in una missione.
Matteo Conte e Matteo Melchiotti – seminaristi
Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
Le parole del Qoèlet sono state le fondamenta su cui si è poggiato il cuore pulsante di questa esperienza e hanno scavato in me durante tutti questi giorni. Per molto tempo ho vissuto con l’urgenza di chi vuole partire, di chi sente la necessità di attraversare un confine. Ho guardato all’attesa con impazienza, temendo che ogni istante trascorso qui fosse un istante sottratto al lì.
Ma in questo convegno è successo qualcosa di inaspettato. Ho vissuto quello che oggi posso chiamare il mio kairós. È stato come se il mondo intero avesse deciso di darsi appuntamento in un solo luogo. Ho incrociato sguardi che parlavano lingue diverse, ho ritrovato persone conosciute in terre lontane, ho condiviso risate con chi avevo vicino e ascoltato storie che mi hanno fatto sentire minuscola e, allo stesso tempo, parte di qualcosa di immenso. Non sono stati solo giorni di convegno, ma giorni in cui ho scoperto che la missione è soprattutto un modo di stare nel tempo.
Ho compreso che spesso ho confuso il tempo che scorre con il tempo che si abita e che la vera sfida non è correre verso un futuro che ci attende, ma avere il coraggio di essere presente, qui ed ora. Ogni tempo è missione, anche quello che non capiamo, anche quello che ci chiede di fermarci per ascoltare, per contemplare, per lasciarci trasformare.
In questi ultimi anni ho potuto scorgere che il tempo di Dio ha un ritmo tutto suo, che non segue le nostre logiche e i nostri programmi. Non si può dare ciò che non si è lasciato prima fiorire dentro. Quel tempo che a tratti mi è sembrato immobile, ora lo vedo come un grembo, necessario per riconoscere il volto dell’altro, per educare lo sguardo a vedere la bellezza dove in molti vedono solo scarto.
Ho riflettuto su cosa significhi davvero “perdere tempo” per amore. È il tempo della cura, della relazione pura, quella che non cerca risultati immediati ma che semina, senza sapere se e quando germoglierà. È la matematica di Dio: dividere la propria vita per vederla, misteriosamente, moltiplicarsi negli occhi di chi ci sta accanto.
Torno da questo convegno con una domanda che mi brucia dentro: Chi sono io quando vengo privata dei miei strumenti, delle mie sicurezze, dei miei programmi? La risposta che ho trovato è nella meraviglia dell’incontro e della condivisione. Gli altri sono lo specchio che ci aiuta a leggere il nostro cammino. Oggi so che sono una persona chiamata a diventare tempo per gli altri.
Lascio questo luogo con il desiderio rinnovato che la mia vita sia segnata dal fuoco della missione, per illuminare e illuminarmi lì dove sarò chiamata. Il tempo è adesso. E sebbene il tempo di Dio non sia stato sempre il mio tempo, oggi so che è l’unico tempo in cui vale la pena di abitare.
Alice Santiglia

