Roraima, le comunità indigene per difendere la terra

di don Mattia Bezze * – Roraima (Brasile)

Il luogo è quello dove, negli anni ’70, un piccolo gruppo di Tuxaua (capi delle comunità) decise di iniziare a rivendicare il diritto alla terra, storicamente abitata dai loro popoli. Dopo l’invasione da parte dell’America e quindi del Brasile, nel 1500, la colonizzazione ha progressivamente sterminato i popoli indigeni e sottratto i loro territori riducendoli in schiavitù. Nel 1988, dopo anni di dittatura, la Costituzione Federale del Paese ha riconosciuto il diritto ai popoli originari di abitare le terre tradizionalmente occupate e di poter organizzare la vita sociale secondo le proprie tradizioni (artt. 231-232). Il governo in cinque anni avrebbe dovuto demarcare i territori (cica 14 percento del Paese) ma, purtroppo, molte terre ancora non sono state riconosciute. In quegli anni è iniziata pertanto una lotta di resistenza non-violenta, ma determinata, per rivendicare i diritti riconosciuti dal Brasile ma anche da molti trattati internazionali. È una lotta che assomiglia a quella di Davide contro Golia, in realtà, e che negli anni ha raggiunto importanti conquiste, come quella del riconoscimento, nel 2005, della Terra Indigena Raposa Serra do Sol, una delle più estese del Paese e che fu apripista di un analogo percorso per molte altre terre.

A partecipare all’assemblea è stata la comunità intera: adulti, anziani, famiglie, bambini e giovani. Soprattutto i giovani hanno animato i lavori con canti e danze tipiche e ogni giorno si apriva e si chiudeva con un momento di preghiera e di affidamento dei lavori a Dio. I capi più anziani godono di un rispetto e di un’attenzione maggiore e dunque sono stati ascoltati con grande ammirazione.

La logistica prevedeva spazi molto grandi, tanto che a volte sono state necessarie anche 10-12 ore di autobus per arrivarci; questo disagio, tuttavia, non ha spento l’allegria e la pazienza. Ogni regione aveva la propria cucina dei campi ed era munita delle provviste per i vari giorni. Una volta qui, ciascuno collocava la propria amaca in una delle varie capanne predisposte e si dirigeva alla “maloca” (capanna) centrale per seguire le sessioni. L’ambiente naturale aiutava a entrare nello spirito dei temi dibattuti e a percepire la ricchezza che queste popolazioni hanno saputo preservare e rispettare fino a oggi, convivendoci senza distruggerle, come invece in pochi anni il capitalismo selvaggio sta facendo qui in Amazzonia.

Alla fine dell’assemblea sono stati approvati vari piani di gestione territoriale e ambientale (PGTA) per alcune delle 36 Terre Indigene di Roraima (4 in processo di demarcazione): ovvero un piano che definisce i criteri e le strategie di uso del territorio, nel rispetto della natura, delle tradizioni e della cultura. Sono stati approvati anche 4 “Protocolli di Consulta” per rispettive regioni, ovvero quali siano le procedure da far rispettate per le imprese o gli enti esterni che vogliano investire o intervenire in terra indigena: è necessario infatti l’approvazione delle comunità per qualsivoglia progetto realizzato in terra indigena. I rappresentanti del ministero dell’Educazione e della Sanità hanno espresso la disponibilità ad affrontare i problemi maggiori presentati in assemblea, come la scarsità di medicinali nei “posti di salute”, il problema delle piste di atterraggio per emergenza nelle comunità più isolate, la mancanza di professori e la merenda scolastica.

È stato inoltre invitato l’esercito brasiliano a rafforzare i controlli soprattutto nelle aree di frontiera con Guiana Inglese e Venezuela, aree dove le miniere sono in aumento. Soprattutto l’estrazione d’oro è una tragedia per l’Amazzonia intera, a causa dell’uso di mercurio o cianuro che sono necessari alla purificazione del minerale. Una ricerca della Repam (Rete Ecclesiale Pan-amazzonica) stima che in Amazzonia il 20 percento dei pesci contiene tracce di mercurio, in Roraima si arriva al 25 percento. Grave è poi il problema di contaminazione dell’acqua. Molte denunce di inadempienza da parte degli enti pubblici, di Sanità, Scuola, Difesa, Polizia, sono state raccolte dal Ministero Pubblico Federale (organo che protegge i diritti dei cittadini) per valutare le varie questioni e avviare i relativi processi.

Grande enfasi ha avuto quest’anno la dimensione politica, essendo anno elettorale per diversi Paesi (Perù, Colombia, Brasile…). Dopo lunghi confronti e dibattiti le comunità hanno scelto i loro rappresentanti, giungendo a un orientamento abbastanza comune per i deputati statali di Roraima (dove saranno presentati 6 candidati) e un orientamento comune per la candidata federale, che è Joenia Wapichana, già parlamentare nella legislatura 2018-2022, originaria proprio di Roraima. Pur essendo la presidenza dell’attuale governo, guidato da Luiz Ignacio Lula Da Silva, dichiaratamente a favore del rispetto dei popoli originari, con una maggioranza molto risicata, deve fare i conti con il congresso che è invece dichiaratamente a favore dei grandi produttori dell’agrobusiness. Occupare spazi politici è oggi fondamentale per far sentire la voce dei popoli originari, e perché i diritti garantiti dalla costituzione siano rispettati.

L’assemblea si è inserita, come avviene sempre, nell’ambito dell’azione di lotta organizzata attraverso manifestazioni pacifiche, proposte di leggi, interlocuzioni con i referenti pubblici e politici, dal sindaco al presidente della Repubblica e fino al Supremo Tribunale Federale. Perché il dramma è che, purtroppo, molte lobbies di potere – come quelle legate alle attività minerarie (soprattutto di oro e diamanti) e all’agrobusiness (soprattutto produttori di soia e bovini) – quotidianamente invadono i territori indigeni, inquinano l’ambiente e promuovono leggi (molte volte incostituzionali) contro i diritti dei popoli originari. In dicembre, per esempio, dopo anni di lotta e manifestazioni, il Supremo Tribunale Federale (istanza massima in Brasile) ha dichiarato incostituzionale la tesi del “Marco Temporal” (confine di tempo) che affermava che avrebbero avuto diritto alla terra solo coloro che la abitavano nel 1988, anno della costituzione: ma in quell’anno, dopo la dittatura e la colonizzazione, molti erano stati espulsi dalla propria terra. Solo in Roraima, nel 2024, c’è stata una protesta contro questa tesi lungo la principale arteria stradale dello Stato che è durata 52 giorni e, l’anno successivo, è durata un mese, nel corso dei lavori di parlamento e Tribunale. Nello Stato di Parà, i popoli originari, dopo più di 30 giorni di manifestazione hanno bloccato un decreto legge che prevedeva la privatizzazione di alcuni fiumi (Tapajós, Madeira, Tocantins) e il conseguente sfruttamento dell’ambiente.

Noi missionari della pastorale indigenista della Diocesi di Roraima abbiamo accompagnato l’assemblea partecipando e vivendo assieme queste giornate. Anche se volte è stato molto stancante, poiché si trattava di stare anche dieci ore al giorno, la forza, la resistenza, l’energia che si è respirato ci ha dato la perseveranza in quella che riteniamo essere una realtà straordinaria. “Noi siamo la risposta”, diceva lo slogan dell’assemblea. Come non mai, noi alleati dei popoli indigeni scopriamo quanto ciò sia verità. L’organizzazione sociale e democratica, il rispetto per tutti, la considerazione degli anziani, l’armonia con la natura e il desiderio di camminare in comunione superando i conflitti sono solo alcuni dei cammini che possiamo apprendere dai popoli indigeni per aprire un’alternativa a una società sempre più orientata al risultato economico a ogni costo, per aver cura della nostra casa comune, per includere e accogliere. Insomma, per difendere la vita. Demarcare la terra è il primo passo per riconoscere il diritto alla vita degli indigeni!

* Presbitero fidei donum della diocesi di Padova

Fonte: tracieloeterra.blog– Foto: M. Bezze