Pubblicato il 6 marzo 2026
Tra le situazioni nel mondo che trovano poco spazio nei nostri media c’è sicuramente quella che sta vivendo la Nigeria. Il paese più popoloso dell’Africa, con 211 milioni di abitanti, conta ben 250 diversi gruppi etnici e una popolazione molto giovane, il 60% con meno di 25 anni. La divisione del Paese tra il nord a maggioranza musulmana e il sud a prevalenza cristiana non è sempre un problema, in molte città la coesistenza è pacifica e quotidiana. L’equilibrio però diventa particolarmente precario quando si intreccia con la lotta per le risorse, la povertà e la mancanza di una governance che garantisca equità a tutti i gruppi. Da novembre 2025 si sono intensificati gli attacchi violenti da parte di gruppi armati che uccidono e rapiscono indiscriminatamente, distruggono villaggi e incendiano chiese.
Tra attacchi violenti e rapimenti
Da tempo la Nigeria centro-settentrionale è afflitta da violenze legate a scontri tra milizie armate, conflitti tra pastori e agricoltori e azioni di bande locali. Proprio durante i festeggiamenti di Capodanno, nello Stato di Plateau, l’uccisione di almeno nove persone da parte di uomini armati ha dato il via a un 2026 segnato da una violenza crescente.
A metà gennaio oltre 160 fedeli cristiani sono stati rapiti nel corso di un attacco condotto da bande armate contro due chiese in un villaggio isolato dello Stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. Secondo le testimonianze, gli assalitori sono arrivati in gran numero, hanno circondato gli edifici di culto durante le celebrazioni religiose e bloccato le vie di accesso, costringendo i fedeli a uscire con la forza e a essere condotti nella boscaglia.
I primi di febbraio decine di uomini armati di pistole hanno terrorizzato gli abitanti di Agwara, assaltato la stazione di polizia, incendiato e quasi distrutto la Chiesa metodista unita della città. E pochi giorni dopo almeno 170 persone sono state uccise in un brutale attacco condotto da uomini armati contro il villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, nella Nigeria centrale. Durante il raid i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando il villaggio. Alcuni residenti hanno riferito che la violenza è stata la risposta al rifiuto della popolazione di rinunciare alla fedeltà allo Stato nigeriano e di adottare la Sharia, la legge islamica.
Tra i 5 e l’8 febbraio 2026 altri quattro differenti attacchi contro villaggi dello Stato di Kaduna hanno portato al sequestro di almeno 51 persone e all’uccisione di 6. Tra i rapimenti anche quello di padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku, nell’area di Kajuru. Pochi giorni dopo uomini armati con volto coperto e fucili puntati hanno fatto irruzione in due villaggi e rapito 30 persone a Kadarko, nello Stato di Kaduna, tra cui un catechista che presta servizio presso la locale parrocchia di San Giuseppe insieme a sua moglie incinta al settimo mese di gravidanza.
Il 18 febbraio 2026 un gruppo armato di jihadisti ha preso d’assalto gli abitanti di sette villaggi dello Stato di Kebbi, a nord-ovest del Paese africano. Almeno 30 i civili uccisi. Il 19 febbraio nel villaggio di Dutse Dan Ajiya, nello Stato nord-occidentale di Zamfara altri attacchi: alcuni riferiscono 38 vittime e decine di feriti, altri parlano di oltre 50 morti tra cui donne e bambini.

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Persecuzione religiosa o violenza generalizzata?
“Non c’è nessun altro Paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì… E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?” è lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di genocidio dei cristiani e ha ufficialmente designato la Nigeria come “Country of Particular Concern” (CPC) per le gravi violazioni della libertà religiosa. Tanto da decidere l’invio di 200 soldati in Nigeria per addestrare l’esercito del Paese africano nella lotta contro i militanti islamisti. Secondo il governo nigeriano però non sarebbe una questione religiosa, si tratterebbe piuttosto di un’insicurezza generalizzata dato che le violenze colpirebbero indistintamente cristiani e musulmani.
Monsignor Anselm Pendo Lawani, vescovo della diocesi di Ilorin, prova a mettere in luce le diverse e complesse cause delle violenze. Da una parte “ci sono diversi gruppi militanti di estremisti islamici, come Boko Haram e lo Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap), che hanno acquisito una presenza importante nel nord del Paese, a maggioranza musulmana”. Dall’altra, nel centro della nazione a maggioranza cattolica, “esistono membri radicalizzati ed armati del gruppo etnico Fulani che stanno generando caos” tra rapimenti a scopo di estorsione ed assalti compiuti con l’intento di rapinare le vittime, azioni criminali che spesso finiscono in tragedia.
Spiega Padre Anthony Ikechukwu Kanu, il provinciale dell’ordine di Sant’Agostino in Nigeria: “La sicurezza in Nigeria non è solo un caso di persecuzione religiosa. Molti attacchi sono compiuti da milizie armate fulani, localmente definite “pastori”, che combattono soprattutto per la terra, i diritti di pascolo e le risorse, in particolare nella zona centrale del Paese, la Middle Belt. I cristiani sono spesso agricoltori, quindi gli scontri con i pastori assumono una dimensione sia religiosa sia economica”.

Il 70% delle violenze contro i cristiani nel mondo sono in Nigeria
Secondo il World Watch List di Open Doors le uccisioni di cristiani nel mondo sono aumentate passando da 4.476 a 4.849, ovvero 13 al giorno, e la Nigeria si conferma l’epicentro delle violenze con 3.490 vittime, pari a circa il 70% del totale mondiale.
La nazione africana più popolosa, che ospita la più grande popolazione cristiana del continente, è sempre stata sotto osservazione nella World Watch List e dal 2021 è tra le prime dieci. Anche se l’attacco non è diretto al governo, una grave combinazione di ostilità etnico-religiosa, militanza islamica, governance debole e criminalità organizzata affligge il Paese. Il tutto a danno in particolare dei cristiani. È questa la convinzione di Open Doors che sottolinea come questo contesto favorisca la convergenza di gruppi terroristici islamici storici e di nuova formazione e la recrudescenza degli attacchi. Le milizie non hanno paura di sfidare direttamente l’esercito nigeriano, mettendo sempre più a rischio la sicurezza della nazione.
Povertà e condizioni di vita precarie, scarsa scolarizzazione e mancanza di opportunità per i giovani contribuiscono a creare purtroppo un bacino di reclutamento ideale per i gruppi estremisti.

Le donne nigeriane protagoniste della Giornata Mondiale di Preghiera
Il 6 marzo 2026 è la Giornata Mondiale di Preghiera, iniziativa ecumenica che coinvolge più di 120 Paesi in tutto il mondo e si prefigge ogni anno di far conoscere anche le condizioni di vita delle donne di un determinato popolo. Il tema di quest’anno è “Venite… Io vi farò riposare” (Matteo 11, 28-30) e la riflessione è stata affidata proprio alle donne nigeriane.
Nel logo della Giornata, raffigurato dalla giovane artista nigeriana, Gift Amarachi Ottah, in primo piano si vedono tre figure in abiti tradizionali che rappresentano le diverse culture etniche del territorio. In Nigeria si contano 250 gruppi etnici e 500 lingue diverse. I tre gruppi etnici più numerosi sono: gli Hausa-Fulani, che risiedono prevalentemente nella regione settentrionale e sono in gran maggioranza musulmani; gli Yoruba concentrati nella regione sud-occidentale e gli Igbo che occupano la parte sud-orientale e sono prevalentemente cristiani. Sullo sfondo del logo altre donne africane che “attraversano sentieri insidiosi per raggiungere le loro fattorie, spesso trasportando sia il raccolto che i loro figli: un bambino legato alla schiena, un carico pesante in equilibrio sulla testa”. Viene così rappresentata “la realtà quotidiana delle donne rurali nigeriane, la cui vita è segnata da un lavoro senza fine dall’alba al tramonto”.
Far conoscere alle donne di tutto il mondo la realtà delle donne di un determinato Paese, si legge su Avvenire, è un modo per accompagnarle con la preghiera e l’aiuto concreto, per ricevere da loro una preziosa testimonianza di vita e di fede, per creare legami autentici che attraversano i confini.
Il simbolo della Giornata è la ciotola calabash, un oggetto ricavato da una zucca che serve nelle zone rurali per raccogliere il cibo e vendere i raccolti. Questo contenitore rappresenta la Provvidenza divina, «il modo con cui Dio fornisce sostentamento, nutrimento e sollievo in mezzo alle lotte della vita». Per testimoniare che la sofferenza deve essere affrontata con la forza che viene da Dio, senza passività né rassegnazione.
A cura di Elena Cogo

