L’Europa è terra di missione? Guardando al declino demografico dei credenti e all’avanzare della secolarizzazione, la risposta sembrerebbe scontata. Eppure, dobbiamo evitare una visione riduttiva che associa la missione solo ai grandi orizzonti d’oltremare e ora lamenta le chiese vuote nelle terre di partenza.
L’Europa è terra di missione, ma non è così semplice. C’è una responsabilità che richiede la consapevolezza di un attivismo sociale e politico: l’europeismo stesso è missione. Una missione scomoda che mette in dialogo chi crede con chi non crede, lingue diverse, da Lisbona a Tallinn, le difficoltà di oggi con le speranze dei nostri nonni e il futuro delle nuove generazioni.
L’europeismo è l’eredità spirituale di donne come Etty Hillesum, Simone Weil, Sophie Scholl, e dei padri fondatori Schuman, Adenauer, De Gasperi. Figure che misero la loro interiorità e fede a servizio del bene comune resistendo alle devastazioni di una guerra civile europea trentennale. Dalle loro dure esperienze nacque il sogno di pace e unità europea e l’esempio di un lavoro interiore profondo, capace di uscire dalle nostre certezze e diventare carne per la Resistenza e la Liberazione dalla tirannia dei pensieri unici, dalle logiche della violenza e dell’autoritarismo, dall’aggressione e dall’odio come strumenti di risoluzione dei conflitti.
Che ce ne facciamo oggi di questa missione? Troppo spesso la riduciamo a compito di pochi funzionari a Bruxelles. Eppure l’Europa non è solo burocrazia, Erasmus o fondi pubblici.
Il motto “Uniti nella diversità” custodisce la missione della solidarietà di Schuman, i piccoli passi di Monnet, la visione federalista di Spinelli. Al cuore troviamo solidarietà e sussidiarietà: vogliamo chiamarla inculturazione evangelica nelle pratiche politiche dei popoli indigeni europei? Stiamo dimenticando questa chiamata, delegando tutto a qualche politico e ancora di più ai giganti dell’high-tech. Siamo popoli oppressi, ricchi materialmente ma poveri di tempo, affetti e comunità.
Riscopriamo l’Europa come orizzonte di senso: non solo opportunità di studio o viaggi senza frontiere, ma luogo dove la fraternità si realizzi concretamente. L’Europa è chiamata a essere casa aperta, terra di incontro. La missione non è riportarci a un’Europa cristiana del passato, ma testimoniare il Vangelo come minoranza creativa in un contesto plurale, imparando e crescendo insieme.
Diceva Schuman: “L’Europa sorgerà da realizzazioni concrete che creino una solidarietà di fatto.” Diceva De Gasperi: “Che l’Europa rimanga l’argomento del giorno.” C’è bisogno di missionari europeisti, di me e di te, dei nostri argomenti, dei nostri atti concreti e solidali.
Giorgio Romagnoni

