Cisgiordania, tra coloni, muri e sfollati

Mentre il mondo è concentrato sulla tragedia che avviene a Gaza, vogliamo accendere i riflettori sul dramma che sta investendo il vicino territorio della Cisgiordania, una situazione sempre più difficile e di cui si parla meno. L’espansione degli insediamenti israeliani e coloni sempre più aggressivi, la distruzione di scuole e case, di coltivazioni e piantagioni, il furto del bestiame, il controllo dell’acqua e degli spostamenti stanno rendendo di fatto impossibile la vita dei palestinesi in Cisgiordania. È notizia di pochi giorni fa che il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha approvato una serie di misure per espandere ulteriormente il controllo del territorio, già fortemente dipendente da Israele.

 

Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania

Anche le ultime famiglie che ancora vivevano a Ras Ein al-Auja hanno lasciato il villaggio, mettendo fine di fatto alla comunità beduina che viveva in questa località. A Taybeh, in seguito ad attacchi coordinati e sistematici, di 15.000 cristiani se ne contano oggi meno di 1.500. Un gruppo di coloni israeliani armati di bastoni hanno aggredito ad Ein Arik un gruppo di palestinesi costringendoli ad allontanarsi dall’area. L’aggressione avviene dopo che a Birzeit, terra di convivenza pacifica tra cristiani e islamici, un altro gruppo di coloni ha fatto irruzione nel villaggio: una madre è stata uccisa e i tre figli, uno incarcerato e gli altri due abbandonati moribondi sul ciglio di una strada. Le forze di occupazione hanno sradicato decine di ulivi ed emesso ordini di sospensione dei lavori per 20 case nella città di Tuqu’, a sud-est di Betlemme.

In piena notte a Hebron i coloni armati hanno sradicato e distrutto 500 ulivi, fichi, mandorli e altri alberi, hanno disperso il bestiame e lasciato sulle pareti scritte ingiuriose. I campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarm sono distrutti, rasi al suolo da bombe e carri armati.

Siamo in Cisgiordania, nella zona occidentale del fiume Giordano, a est di Israele, abitata da quasi tre milioni di palestinesi.  Fin dal 1993, il suo territorio è suddiviso in 3 aree: la A (18%) è sotto il controllo dell’autorità nazionale palestinese, la B (22%) è sotto il controllo congiunto, la C pari a circa il 60% del territorio è sotto il controllo israeliano, come ben rappresentato dalla mappa ISPI.

Terreni, bestiame e risorse idriche

La suddivisione del territorio della Cisgiordania doveva essere temporanea e con il tempo Israele avrebbe dovuto riconoscere ai palestinesi il diritto di governare su alcuni territori occupati. Ma non è andata così, anzi. Nell’ultimo anno è aumentato fortemente il numero dei coloni, gli abitanti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale, ma sempre più diffusi e senza controllo. Nell’ultimo periodo le aggressioni e gli attacchi violenti si sono intensificati.

La testata giornalistica Irpi Media individua tre principali strategie messe in atto da Israele.  La ridefinizione dei terreni, cioè riappropriarsi di intere zone trasformandole in aree di addestramento per l’esercito israeliano, che diverranno di fatto insediamenti israeliani tolti ai palestinesi. Questa strategia per lo più utilizzata dalle istituzioni, va di pari passo con quella messa in campo dai coloni: il furto di bestiame, la distruzione di coltivazioni e piantagioni. Per arrivare al controllo dell’acqua: oggi Israele controlla circa l’80% delle riserve idriche in Cisgiordania.

Dall’ottobre 2023 coloni e polizia israeliana hanno sfollato con la forza 45 comunità palestinesi, per un totale di almeno 3.501 persone. Altre 12 comunità sono state parzialmente sfollate, con almeno 455 persone costrette ad abbandonare le proprie case, come riportato da Nello Scavo su Avvenire.

 

32.000 persone sfollate nel 2025

Pochi giorni fa è uscito il World Report 2026 di Human Rights Watch che fotografa la situazione dei diritti umani nel mondo in relazione al 2025. Pur riferendosi in primis, giustamente, al contesto di Gaza, l’attenzione si sposta in seconda battuta anche sulla Cisgiordania ripercorrendo i fatti principali dell’anno scorso, a partire da gennaio, quando le forze israeliane hanno sgomberato i tre campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, causando lo sfollamento di circa 32.000 persone, il più grande nella Cisgiordania dal 1967.
In tutta la Cisgiordania, secondo l’OCHA, le forze israeliane hanno ucciso 182 palestinesi nel 2025, la violenza dei coloni israeliani ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 18 anni con un numero di incidenti nei primi nove mesi che ha causato vittime o danni alla proprietà superiore a qualsiasi altro periodo almeno dal 2006. Nel 2024 e nei primi nove mesi del 2025 le autorità israeliane avrebbero demolito 2.577 case palestinesi e altre strutture in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, permessi quasi impossibili da ottenere per i palestinesi nelle aree sotto il controllo esclusivo di Israele. Nello stesso periodo, le demolizioni o le violenze dei coloni sostenute dallo Stato hanno costretto quasi 8.000 persone ad abbandonare le loro case.

Il muro di separazione

Un sistema di muri e recinzioni, costruito da Israele per ragioni di sicurezza, limita fortemente la libertà di movimento dei palestinesi. È il “muro di separazione”, per circa il 90% della sua lunghezza una rete metallica con sensori elettronici, fossati e strade di pattugliamento. Il restante 10% è costituito da muri di cemento alti fino a 8 metri, solitamente situati in aree urbane o punti sensibili. Il problema è che il muro di separazione non corre solo lungo il confine ma, per la maggior parte della sua lunghezza, entra anche all’interno del territorio. Questa barriera di sicurezza, che secondo Israele ha in effetti diminuito drasticamente gli attacchi terroristici, per i palestinesi diventa un impedimento alla libertà di movimento, i residenti devono passare attraverso i check point militari, posti di blocco che regolano il transito tra le diverse aree. Sono ben 800 gli ostacoli alla mobilità, tra checkpoint permanenti, blocchi stradali e barriere improvvisate. Spostarsi tra due città palestinesi, come Ramallah e Nablus, che distano tra loro poco più di 40 chilometri, può richiedere un’intera giornata.

La frammentazione del territorio ha ricadute pratiche nella vita di tutti i giorni. Basti pensare agli agricoltori divisi dalle proprie terre, che devono richiedere un permesso speciale per poter raggiungerle. Oppure all’accesso alla scuola, al posto di lavoro, ai servizi sanitari in caso di emergenze. Muri e check point influenzano anche l’economia del territorio, dipendente dalle dinamiche di sicurezza e dalle chiusure improvvise. Le ispezioni al trasporto merci, ad esempio, aumentano i costi logistici e rischiano di danneggiare i prodotti deperibili.

L’economia è fortemente dipendente da Israele e vive oggi una crisi profonda. Prima oltre 150.000 palestinesi lavoravano in Israele o negli insediamenti. La revoca sistematica dei permessi di lavoro ha prosciugato la principale fonte di reddito per migliaia di famiglie, innescando un effetto domino sui consumi interni.

Le risposte di Europa e Stati Uniti

Sulle recenti decisioni del governo israeliano di espandere il controllo in Cisgiordania arriva una ferma condanna, sia da parte dell’Europa che degli Stati Uniti.

Questa mossa rappresenta un ulteriore passo nella direzione sbagliata, mentre l’intera comunità internazionale sta compiendo sforzi per attuare la fase 2 del piano per Gaza” – ha affermato un portavoce della Commissione europea. La decisione è inoltre “in diretta contraddizione con gli accordi di Oslo, di cui Israele è firmatario”.

Anche il presidente Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte del governo israeliano. “Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo dell’amministrazione americana di raggiungere la pace nella regione” – ha affermato un funzionario della Casa Bianca.

In linea anche le posizioni della Lega Araba e dell’Onu che, attraverso il portavoce Stephane Dujarric, avverte “che l’attuale situazione sul terreno, inclusa questa decisione, sta compromettendo la prospettiva della soluzione a due Stati“. Ribadisce inoltre che “tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, non hanno alcuna validità legale e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale“.

 

A cura di Elena Cogo