La pace ha il respiro dell’eterno

La corsa al riarmo, il rapporto tra i popoli basato sulla paura e sul dominio della forza, la strumentalizzazione della religione sono alcune delle criticità che emergono dalla riflessione e che ostacolano il processo di pace, che si muove invece attraverso la via della diplomazia e dell’ascolto. Nella convinzione profonda che la pace non è un’utopia e nemmeno un ideale lontano. La pace è una presenza e un cammino, è un dono da custodire e coltivare. La pace esiste e vuole abitarci. 

La cultura della paura e della forza alimenta il riarmo 

Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace papa Leone sottolinea il rischio di “arrivare a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze”. Non possiamo rimanere inermi di fronte alla pericolosità altrui, se l’altro è forte io devo esserlo di più, e se l’altro mi minaccia con l’uso della forza, io devo possedere armi più potenti per dominarlo. Questa logica, che va ben oltre il principio di legittima difesa, porta a “una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità”. 

Se il rapporto tra i popoli non si basa sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza, ecco che il riarmo diventa non solo necessario ma anche imprescindibile. Ed è questa la seconda criticità che emerge dal documento: un aumento a livello globale della produzione e del commercio delle armi, che rappresentano il 2,5% del PIL mondiale. “Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative” sostituendo la cultura della memoria con la percezione della minaccia. 

Lasciamo fuori la religione dalla guerra

Strettamente legato al riarmo, c’è anche il rischio derivante dall’avanzamento tecnologico e dall’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali che aumentano la tragicità dei conflitti armati. “Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente delegare alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti”.

Occorre poi vigilare sulla tentazione sempre più attuale di trasformare pensieri e parole in armi. Spiega il pontefice: “fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata”. 

Il concetto di fratellanza che nasce dalle grandi tradizioni spirituali va oltre i legami di sangue e i confini nazionali, abbraccia tutti i popoli, chi è lontano e chi è diverso. Ecco perché la religione non giustifica in nessun modo guerra e violenza. Il concetto è stato ribadito da papa Leone anche in occasione del recente incontro ecumenico di preghiera con il patriarca e arcivescovo di Costantinopoli Bartolomeo per commemorare il 1.700° anniversario del Concilio di Nicea. “L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”.

La via disarmante della diplomazia

Concretamente come si può avviare allora un processo verso la pace? Papa Leone indica la “via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”. Una strada percorribile innanzitutto nella dimensione politica, da chi riveste alte responsabilità pubbliche, rafforzando le istituzioni sovranazionali. Prendersi a cuore la “ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità” attraverso mutua fiducia, sincerità nelle trattative, fedeltà agli impegni assunti per dare vita a intese leali, durature, feconde. E cita Sant’Agostino che raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui.

In questa direzione va anche il messaggio del cardinale Matteo Maria Zuppi, lanciato in occasione del Consiglio permanente della sessione autunnale a Gorizia. Proprio perché “non esistono nemici ma solo fratelli e sorelle” è necessario favorire “la cultura della riconciliazione”. “Promuovere la cultura del dialogo: non solo parlare, ma ascoltare; non solo difendere la posizione, ma essere disposti a lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro”. Noi diamo per scontato che la storia sia scritta dai vincitori, ma non è sempre così: “la storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti, dai martiri, nei quali il bene risplende e l’autentica umanità resiste e si rinnova”.

This acrylic painting was created on two 24×24 inch canvases to depict war and peace. The artist created the piece to further his abilities with acrylic paint. (U.S. Air Force art by Staff Sgt. Jamal D. Sutter/Released) – Original public domain image from Wikimedia Commons

La pace non è un’utopia

E arriviamo così al punto centrale della riflessione di papa Leone: la pace non è un’utopia

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”. Occorre mostrare invece che la pace è un bene concreto e raggiungibile e per questo può venirci in aiuto, dice papa Leone, una creatività pastorale attenta e generativa

Riconoscere la luce, lasciarsi avvolgere dalla speranza, farsi contaminare dalla bellezza: è quello che vivono quotidianamente le operatrici e gli operatori di pace che “resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte”. 

È possibile purtroppo non vedere più la luce e cedere a una rappresentazione distorta del mondo, che si lascia sopraffare dalla paura e dalla disperazione. “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo – ci esorta papa Leone – apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata”. 

 

Come abitare questo nostro tempo?

Nel mondo, il 2026 non è iniziato purtroppo nel segno della pace. Continuano le guerre di lungo corso, quella in Ucraina, iniziata nel 2022, che secondo i dati Oxfam ha causato oltre 14 milioni di sfollati, e il conflitto infinito e devastante di Gaza. Preoccupano “nuove” situazioni, da quella del Venezuela a quella dell’Iran alle prese con una tremenda repressione e la minaccia di un intervento militare. Ci sono poi situazioni drammatiche in Yemen, in Siria, in Myanmar, in Pakistan; in Africa la regione del Sahel, il Sudan e il Corno d’Africa sono teatro di conflitti che non fanno che impoverire ulteriormente le popolazioni. In America Latina, situazioni di estrema precarietà persistono in Paesi come Haiti e Messico, dove i cartelli della droga continuano a diversificare le loro attività illecite. E molte altre sono le situazioni drammatiche sparse nel mondo. “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza”.

Scrive papa Leone: 

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”

 

A cura di Elena Cogo