20 giorni in Brasile con i missionari diocesani

Don Raffaele Coccato, responsabile del Centro Missionario Diocesano e Giorgio Romagnoni, collaboratore dell’ufficio, sono stati a visitare i missionari diocesani in Brasile da fine novembre a metà dicembre scorso.

Lo scopo del viaggio era quello di mostrare loro la vicinanza della Diocesi e di avere un aggiornamento rispetto alle attività pastorali e ai progetti di promozione umana attivi in quel paese. Giorgio Romagnoni ha voluto fotografare con il suo sguardo questo viaggio così ricco di incontri ed emozioni.

Ecco il suo racconto:

Sbarchiamo a Manaus con gli occhi colmi di foreste viste dall’alto: l’ultimo sguardo prima dell’atterraggio è sulla maestosità dei fiumi che si uniscono nella città di don Ruggero Ruvoletto. Ma non ci accoglie solo l’Amazzonia: ad aspettarci all’aeroporto ci sono soprattutto don Benedetto Zampieri e Tarcisio, autista e volontario della Fazenda da Esperança, una comunità di vita per chi sceglie di mettere fine all’abuso di sostanze impegnandosi in un lavoro comunitario scandito dal ritmo della preghiera.

Sono Giorgio Romagnoni, collaboro con il Centro Missionario Diocesano di Padova da 5 anni, e per festeggiare questo tempo insieme ho accompagnato don Raffaele Coccato, nel suo viaggio in Brasile per incontrare i sacerdoti fidei donum della Diocesi di Padova.

Abbiamo iniziato con un piatto di favoloso tambaquì, un pesce amazzonico, e con tre giorni dentro alla Fazenda da Esperanca seguendo don Benedetto nel suo lavoro di assistente: è stato un bel modo di entrare in Brasile – una terra che non attraversa la depressione collettiva che si annusa da noi in Europa; ma che egualmente deve affrontare problemi, magari diversi, come il narcotraffico, gli abusi sulle persone più vulnerabili della società e un contesto di violenza generalizzata dalla politica delle più alte cariche alla soglia delle case. Chi vive nella Fazenda è bem-aventurado in direzione ostinata e contraria mettendo una semente di speranza, fatta di vita comune e prassi di Vangelo. Bello sapere che uno di noi, don Benedetto, sia lì tra loro.

Con lui visitiamo anche Santa Etelvina, un sobborgo di Manaus molto difficile, dove la violenza mi sembra ancora palpabile. Così entriamo in silenzio nella casa dove è vissuto ed è stato ucciso don Ruggero. Don Ruggero è morto in circostanze che le indagini non hanno chiarito, ma il suo ricordo dimostra che anche lui è parte dei martiri da caminhada: in città, come pure nel Padovano, sono tante le persone che lo ricordano con stima ed affetto profondi. 

Sul solco tracciato anche da lui, ci avviamo verso Caracaraì e raggiungiamo in una notte di pullman questa piccola cittadina nello stato più a nord del Brasile: il Roraima. Ad accoglierci don Mattia Bozzolan, don Massimo Valente, don Mario Gamba e i profumi di una terra di confine, dove i contadini vivono a ore di strada sterrata dalla città più vicina oppure sono raggiungibili solo alcune volte l’anno via fiume. La foresta, devastata dalla miopia umana, è ancora florida e imponente e, oltre un cancello invalicabile, si entra in territorio indigeno yanomami. Accompagnando don Mario in una domenica tra le comunità dell’interior misuro l’infinito delle distanze percorse in auto, conto gli animali selvatici e soprattutto mi arriva addosso la dolcezza e i sorrisi di gente, che vive tra mille difficoltà in luoghi ricchi di bellezza e di ombre. “Si tratta di compromettersi”– mi dice don Mattia parlando dei giovani della parrocchia di lì: compromisso in portoghese significa “impegnarsi”, mi piace come suona questa parola anche in italiano. Lontani dal mondo, con le periferie che sanno – molto poco romanticamente – di selvaggio West, lì si tratta di compromettersi stando dalla parte dei più poveri. Parliamo di politica corrotta con don Massimo, con don Mario scopriamo di progetti di dighe dall’impatto ambientale orripilante…

Anche don Mattia Bezze e don Giuseppe – della Diocesi di Treviso, più su, oltre Boa Vista, vivono le contraddizioni di una città come Pacaraima, sorta dal nulla in pieno territorio indigeno per supplire all’arrivo di migliaia di rifugiati dal decadente Venezuela. Entriamo in quel Paese e nella poesia della Gran Sabana ci ritroviamo addosso decine di paia di occhi di bambini della comunità mapauri. Ascoltando i loro canti natalizi tra violini e strumenti musicali tradizionali, resto a bocca aperta e vorrei restare lì con loro. Facile il sogno per chi viaggia così, che fatiche vivono quelle persone in quegli altipiani? Come possiamo restare loro vicini da quaggiù? Prima di partire partecipiamo ad una festa di addio: don Attilio Santuliana della Diocesi di Vicenza saluta il Brasile dopo 40 anni. Taglia l’aria una sua frase: “non sarai ciò che fai né ciò che dici, sii presente e basta”. Ecco una frase che vale dappertutto.

Con questi pensieri nel cuore un immenso viaggio ci spedisce verso dom Lucio Nicoletto, vescovo padovano sulle sponde dell’Araguaia: un altro Brasile a ore e ore di aereo da quello del nord. Si tratta dell’Amazzonia del Mato Grosso, diserbato per far spazio all’agro-business della soia. Montiamo in auto e ci restiamo per giorni: vediamo file di camion, trattori immensi, la terra avvelenata dal piombo, dal mercurio e dai pesticidi; ma anche cieli e terre infinite, coccodrilli, armadilli, emù, arara e tucani, la povertà di villaggi sperduti nel nulla, la ricchezza di chi ha potuto fare fortuna con i latifondisti…

Sono le terre di dom Pedro Casaldaliga, un vescovo spagnolo, predecessore di dom Lucio, mancato l’anno scorso. Dormiva in un lettino, in una povera stanza, in una povera casetta in mattoni. Leggo alcuni suoi scritti sui muri del cimitero che ne accoglie le spoglie davanti al fiume. “Se hai dubbi, prendi la parte dei poveri”. Dom Lucio ha tanto lavoro da fare raccogliendo un’eredità così pesante; chiude gli occhi e prima di mangiare prega: “dona il pane a chi ha fame e a chi ha pane dona fame di giustizia”. Con questo desiderio nel cuore un pullman e tre aerei ci riportano in altre pianure. Viaggiamo per aprire lo sguardo e per incontrare; andiamo in missione per essere insieme comunità: di fronte agli altri e ai loro contesti di vita, il mio problema, il mio pensiero, la mia idea non sono più un assoluto; l’unico assoluto è la reciprocità. 

Giorgio Romagnoni